
Nella foto, in alto: Leonora Carrington
C’è un senso di profonda metamorfosi e di mistero antico che attraversa le sale al piano terra di Palazzo Reale. Ha aperto ieri al pubblico, sabato 20 settembre 2025, la prima e attesissima grande retrospettiva monografica in Italia dedicata a Leonora Carrington (1917–2011). Promossa dal Comune di Milano-Cultura e inserita nel programma ufficiale delle Olimpiadi Culturali di Milano Cortina 2026, l’esposizione – curata da Tere Arcq e Carlos Martín – offre un viaggio unico attraverso oltre 60 opere che restituiscono centralità a una delle figure più libere, fustigatrici e visionarie del Surrealismo e dell’ecofemminismo del Novecento.
Il percorso espositivo si snoda attraverso decine di opere tra dipinti, disegni, arazzi e scritti, offrendo una panoramica totale su una donna che ha fatto della fuga dalle gabbie sociali la sua stessa cifra stilistica.
Nata in Inghilterra da una ricca famiglia borghese, Carrington fuggì prima a Parigi con Max Ernst, per poi scampare al trauma del manicomio in Spagna e rifugiarsi definitivamente in Messico, terra che adottò la sua arte intrisa di miti celtici, esoterismo e cosmologia maya.
Il percorso espositivo si snoda lungo i confini di una geografia biografica e mentale straordinaria: dalle radici celtiche nell’Inghilterra natia ai soggiorni a Firenze e Parigi, fino al traumatico esilio e alla definitiva rinascita creativa in Messico, accanto a figure come Remedios Varo e Frida Kahlo.
Ma il vero cuore della mostra risiede nella ricchezza e nell’enigmaticità delle opere esposte, dove pittura, alchimia e ritualità domestica si fondono.
I visitatori vengono immediatamente proiettati in un bestiario fantastico sin dalle prime sale dedicate al periodo surrealista francese degli anni Trenta. Spicca l’inquietante e magnetico Chez les masques (1936), un dipinto giovanile in cui l’identità si frammenta e si nasconde dietro sembianze ancestrali, e il sognante Sisters of the Moon, Fantasia (1933), che introduce quel legame indissolubile con il mito e la sorellanza magica che accompagnerà l’artista per tutta la vita.
A testimonianza della sua maturità artistica e del profondo radicamento nella cultura messicana, la mostra presenta pezzi eccezionali come Orplied (1955), proveniente dalla collezione del Banco Nacional de México, un’opera densa di simbolismi esoterici e astrologici che sembra galleggiare in un tempo sospeso. Colpisce per l’accesa e pericolosa vivacità cromatica Snake bike floripondio (1975), una tela in cui la natura non è mai semplice sfondo, ma forza senziente e mutante, specchio delle prime riflessioni ecologiste della pittrice.
Il vertice emotivo e tematico del percorso è rappresentato dalla sezione “La Cucina Alchemica”. Qui domina il monumentale Grandmother Moorhead’s Aromatic Kitchen (1974). In questo capolavoro, la cucina cessa di essere lo spazio d’isolamento domestico tradizionalmente imposto alle donne e si trasforma in un laboratorio di potere matriarcale, un luogo sacro di metamorfosi dove il cibo, le spezie e le formule magiche diventano veri e propri strumenti di ribellione e creazione artistica.
Accanto ai dipinti, la retrospettiva è arricchita da sculture, disegni, fotografie e libri provenienti dalla sua biblioteca personale che svelano il lato più intimo di una donna che dichiarò: «Non so se sono una donna, un essere umano o una pittrice: forse sono tutte queste cose insieme».
La mostra rimarrà aperta a Palazzo Reale fino all’11 gennaio 2026, offrendo a Milano l’occasione irripetibile di scoprire un universo in cui l’immaginazione si fa strumento di resistenza e la magia diventa l’unica, autentica chiave di lettura della realtà.
Riccardo Motta

