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Il business dei purosangue. Dove un cavallo da corsa vale più di una Ferrari

Nella foto, in alto: un purosangue inglese

Il mondo delle corse ippiche è molto più di uno sport: è un’industria globale multimiliardaria dove passione, genetica e finanza si fondono. Il commercio dei cavalli da corsa è un mercato d’élite regolato da investimenti ad alto rischio, aste da capogiro e ritorni economici che possono trasformare un puledro in una vera e propria miniera d’oro. Si guadagnano cifre astronomiche se si ha la fortuna e l’abilità di possedere un campione, ma la realtà finanziaria di questo settore è fortemente polarizzata: pochissimi eletti accumulano ricchezze smisurate, mentre la maggioranza degli investitori fatica a coprire i costi. Dietro il fascino della pista si nasconde un business sofisticato, diviso tra l’acquisto iniziale e le diverse fonti di guadagno. Il viaggio di un cavallo da corsa inizia quasi sempre in una prestigiosa casa d’aste, come Tattersalls in Inghilterra, Goffs in Irlanda o Keeneland negli Stati Uniti. I prezzi variano enormemente in base alla genealogia e al pedigree dell’animale. Un puledro con origini modeste può costare tra i 10.000 e i 30.000 euro, mentre i soggetti con un buon albero genealogico oscillano facilmente tra i 100.000 e i 500.000 euro. I figli dei campioni più affermati superano regolarmente il milione di euro, toccando talvolta punte di 4-8 milioni di euro per un singolo esemplare di un anno.

Nella foto, in alto: cavalli purosangue in gara

I profitti nel mondo del purosangue non arrivano solo tagliando il traguardo per primi. Il modello di business si sviluppa principalmente sui premi delle corse, che offrono montepremi stellari nelle grandi manifestazioni internazionali come la Saudi Cup o la Dubai World Cup. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, i premi vinti in pista servono a coprire gli elevati costi di mantenimento, allenamento e spese veterinarie, che variano dai 2.000 ai 5.000 euro al mese per cavallo. Il vero jackpot economico, dove si guadagna di più in assoluto, è rappresentato dal mercato dei diritti di monta. Se un cavallo maschio vince corse di massimo livello qualitativo, il suo valore commerciale come riproduttore esplode. Una volta ritirato dalle competizioni e diventato stallone, gli allevatori pagano quote altissime per far coprire le proprie fattrici. I super-campioni possono coprire fino a 140-200 fattrici all’anno. I tassi di monta dei top mondiali, come il leggendario Frankel, superano i 300.000 o 350.000 euro per singola monta, generando fatturati annui di decine di milioni di euro che superano di gran lunga qualsiasi premio vinto in pista. A questo si aggiunge una forte componente di compravendita speculativa, legata al trading e alla pratica del pinhooking, che consiste nell’acquistare un puledro di pochi mesi per allevarlo e rivenderlo un anno dopo alle aste, sperando in una forte plusvalore. Altri proprietari preferiscono invece vendere il cavallo a carriera avviata a grandi scuderie mediorientali o asiatiche dopo le prime vittorie promettenti, realizzando guadagni immediati a sei o sette cifre. Nonostante le cifre da capogiro, la realtà giornalistica impone di sottolineare che l’ippica resta un investimento asimmetrico ad alto rischio. I guadagni strabilianti sono reali, ma sono concentrati al vertice: solo una piccolissima percentuale di cavalli, inferiore al 5%, riesce a coprire i propri costi e a generare un profitto reale. Gli infortuni, la mancata corrispondenza tra genetica e prestazioni in pista, e l’imprevedibilità della natura rendono questo commercio uno dei più rischiosi al mondo. Proprio per questo il settore si sta muovendo sempre più verso i sindacati di proprietà e le quote frazionate, democratizzando un mercato che per secoli è stato l’esclusivo sport dei re.

Radouane Chegdal

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