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La rivoluzione silenziosa. L’IA entra nelle classi a settembre 2025, ma è caccia ai dubbi

Nella foto, in alto: il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara

La scuola italiana ha aperto i battenti a settembre 2025 con una novità che va ben oltre il tradizionale aggiornamento dei programmi: l’ingresso formale e regolamentato dell’Intelligenza Artificiale nelle classi. Con la pubblicazione delle prime Linee guida per l’introduzione dell’IA nelle istituzioni scolastiche da parte del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), l’Italia ha avviato una sperimentazione pilota volta a trasformare la tecnologia da elemento di disturbo a tutor personalizzato. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: supportare l’apprendimento su misura e contrastare la dispersione scolastica. Eppure, dietro i proclami dell’innovazione, il mondo della scuola si interroga su costi cognitivi, etici e strutturali.
Il modello proposto dal Ministero punta su un’IA antropocentrica, intesa come un “assistente” per il docente e uno strumento adattivo per lo studente, capace di rilevare le lacune in tempo reale e proporre percorsi di recupero individuali. Tuttavia, la comunità scientifica ed educativa esprime forti perplessità sulla reale sostenibilità psicologica di questa transizione.
Il rischio più concreto è quello di una progressiva “alienazione tecnologica”. L’introduzione di tutor virtuali rischia di allentare la fondamentale relazione empatica e dialogica tra docente e discente, sostituendola con una dinamica algoritmica. Alcuni esperti avvertono inoltre che una personalizzazione eccessiva e non guidata potrebbe generare negli studenti un “falso senso di competenza”, dove l’algoritmo semplifica i compiti al punto da nascondere le reali difficoltà cognitive, che emergerebbero drammaticamente solo al di fuori delle piattaforme protette.
Le criticità non si fermano alla didattica. Le scuole, diventando formalmente deployer (utilizzatori e gestori) di sistemi ad alto rischio secondo l’AI Act europeo, devono ora far fronte a pesanti adempimenti burocratici e legali relativi alla privacy e alla sicurezza dei dati personali dei minori. La paura del tracciamento continuo delle performance e dei comportamenti degli studenti solleva legittimi dubbi etici.
A questo si aggiunge il grande paradosso strutturale: il Ministero ha messo sul piatto un piano di investimenti da 100 milioni di euro per la formazione di docenti e studenti, ma la classe insegnante italiana – mediamente tra le più anziane d’Europa – si ritrova catapultata in questa transizione senza una reale alfabetizzazione digitale di base. Il rischio concreto è che la tecnologia rimanga un lussuoso orpello tecnico o, peggio, che venga subita passivamente dai docenti anziché governata in modo critico e creativo. La sfida dell’anno scolastico 2025/2026 sarà proprio questa: evitare che l’algoritmo decida al posto dell’uomo, mantenendo la scuola un luogo di crescita sociale e non un laboratorio per assistenti virtuali.

Riccardo Motta

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