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Il Kobra viaggiatore

Se non fosse il Kobra sarebbe stato sicuramente un Piccione, in quanto non ha fatto altro in vita sua che spostarsi continuamente avanti e indietro per tutto il globo per poi far ritorno al nido ogni volta, per istinto e per scelta. Alberto Copler, in arte Kobra, ci ha parlato di sé un pomeriggio, naturalmente mentre era in auto per andare da qualche parte. Cinquantaquattro minuti al telefono solo per gettare le basi di questa intervista e raccontare di sé giusto qualcosina, per sapere di che parlare. Un uomo che colpisce a prima vista per il suo carisma e per le sue doti di comunicativa. Colpisce perché racconta con semplicità disarmante una vita avventurosa interamente dedicata al wrestling alternata ad un bisogno di quotidianità e di normalità. Colpisce perché è di una bellezza hollywoodiana, un viso attraente e magnetico che buca lo schermo e un fisico imponente, tale che potrebbe benissimo interpretare un heel in un film di avventure stile James Bond o Indiana Jones. Colpisce perché il ring è casa sua e lo percepisci al volo, non c’è bisogno che si presenti o che spieghi chi sia, quando ci sale. Mentre lui, dal ring ci racconta il wrestling, è il wrestling a raccontarci di lui attraverso i suo gesti e le sue parole, il carisma e la competenza. Ma ora lasciamo a lui la parola!

  1. Ciao, Kobra! Siamo onorati di averti con noi a Mondomarziale. Vuoi parlarci di te e delle tue origini?

Saluto tutti e grazie per questa opportunità! Il mio nome è Alberto Copler e sono nato a Bergamo nel1985. I miei avevano un’attività in proprio in un paesino di provincia, vicino al lago d’Iseo. Sono cresciuto come molti miei coetanei giocando per strada (una volta si usava così) e all’oratorio giocando a pallone. Un’infanzia normale. L’unica eccezione rispetto a quello che facevano gli altri era il wrestling. Un bar del paese vicino al mio aveva la televisione per i clienti e, quando era in programmazione correvamo lì a guardarlo su Telepiù 2. Io avrò avuto al massimo sette anni, ma mi smazzavo volentieri una mezz’ora di bicicletta per vederlo.

  1. Cosa avresti voluto fare, da bambino?

Da bambino ovviamente il calciatore, poi volevo vedere il mondo e fare wrestling. Avevo due ring giocattolo, tutte le action figures della WWF e creavo i miei show personali.  Bei momenti…

  1. I tuoi ti assecondavano nelle scelte o avevano per te un futuro già programmato?

 I miei hanno sempre assecondato le mie scelte riempendomi di consigli costruttivi. Non avendo potuto studiare loro, mi hanno fortunatamente sempre imposto lo studio.

Da bambino ero velocissimo coi numeri (cosa che oggi mi è molto utile) e ho imparato a leggere a 5 anni per vedere i risultati di calcio sulla gazzetta. Cosa che mi ha procurato casini in prima elementare perché mi addormentavo in classe. Son sempre andato molto bene a scuola anche se non facevo mai i compiti e non portavo mai i libri o quaderni giusti. In quarta elementare son riuscito a prendermi 105 note contate.

Nella foto, in alto: 105 note sul diario collezionate in un solo anno scolastico!
Nella foto, in alto: 105 note sul diario collezionate in un solo anno scolastico!
  1. Quando hai iniziato a viaggiare?

Il giorno dopo il diploma di 3 media i miei mi hanno mandato un mese da alcuni amici di famiglia che stavano in Canada, a Calgary, per farmi imparare l’inglese. Ovviamente io non spiccicavo che quattro parole e il “the pen is on the table” non mi è servito a nulla. All’inizio è stato difficile, ero un ragazzino, lì da solo, e imparare una lingua così, in quattro e quattr’otto, non è facile. Ma sono riuscito ad ambientarmi in fretta e molto presto mi sono sentito a casa. Calgary, poi, è una città con una storia del wrestling che parla da sola. Quindi è proprio lì che il mio amore verso la disciplina è esploso. Lo vedevo in tv praticamente ogni sera, c’erano molte tv locali a trasmetterlo e se non era su un canale era su un altro. Impazzivo per Ric Flair, che è sempre stato il mio preferito. Sono stato così bene, in Canada, che appena ho potuto ho voluto tornarci! È stato due anni più tardi durante le vacanze, approfittando di un programma scolastico estivo di due mesi da seguire laggiù.

  1. E dopo di questo, giusto il tempo di tornare in Italia, finire le superiori e rifare le valigie. Per dove, questa volta?
Nella foto, in alto: L'università di Kuala Lumpur
Nella foto, in alto: L’università di Kuala Lumpur

Dopo il diploma ho sentito il bisogno riflettere e di capire cosa volessi fare da grande. Quel che sapevo di certo era che non volevo stare qui: volevo partire per vedere il mondo, studiare all’estero… mi stava stretto tutto. Avevo iniziato ad allenarmi con la ICW nel 2003 mentre ero ancora al liceo ed avevo poi esordito con loro, ma gli show in cui avrei dovuto combattere durante la pausa estiva, purtroppo, me li persi tutti a causa di un incidente in macchina. Questo mi costò la rottura di due dita, la lussazione di una spalla e la patente ritirata per sei mesi. Fanculo. Decisi di partire per la Malesia e cominciare laggiù il percorso universitario. Mia sorella vive laggiù, quindi avrei potuto trovare l’appoggio necessario finché non avessi trovato dove e come sistemarmi. Ma anche con il suo aiuto non è stato facile ambientarsi, così, un’altra volta di punto in bianco, in un Paese a diecimila chilometri di distanza da casa tua, diversissimo per religione, usanze, cibo, vestiario e clima. Mi sono iscritto all’università di Kuala Lumpur, la capitale. Era a 300 km da casa di mia sorella e lì alloggiavo in un residence con piscina di proprietà della scuola.

Nella foto, in alto: sempre in giro per il mondo
Nella foto, in alto: sempre in giro per il mondo

Trovavo fighissimo il fatto che anche d’inverno, dopo la scuola, potessi fare il bagno in piscina. Era molto meno figo il fatto che per comprare qualunque cazzata, fosse anche una birra, il supermercato più vicino in cui fare la spesa fosse a venticinque chilometri di distanza. Dopo 3 mesi di frequenza scolastica mi affibbiarono un ragazzo iraniano con cui dividere la stanza. Ricordo che entrando nel mio alloggio vidi il suo borsone in camera mia e lo buttai giù dalla finestra del primo piano con tanta, tanta naturalezza. Per un bel pezzo fu la mia vittima preferita di scherzi pesanti (anche di pessimo gusto, a pensarci ora). Poi diventammo ottimi amici. Durante le vacanze di Natale tornai in Italia dalla Malesia e, per quanto riguarda il wrestling tornai in ICW, da Emilio Bernocchi. Qui iniziarono a provarmi come heel, e direi che andò bene a tutti.

  1. Ed hai avuto modo di combattere anche lì con qualche federazione locale?

“Federazione”, riferito a quei luoghi, è una parola grossa! Laggiù, l’ambiente era più che altro backyarding, tutta roba alla buona e non mi interessava granché. Ho partecipato soltanto ad uno show “casalingo” di quelli loro e, più che a tenermi in forma, mi è servito solo a tenere viva la passione. La mia esperienza in Malesia è terminata nel luglio 2005

  1. Tornato in Italia, hai iniziato subito a lavorare?

Ricominciai la vita di sempre: allenarmi, studiare e lavorare. Successivamente trovai un posto in una piccola azienda come commerciale estero part time. Pensate che dedicando a questo lavoro soltanto il pomeriggio dopo la scuola iniziai a viaggiare qua e là, eppure con le sole commissioni guadagnavo più di un impiegato full time. Purtroppo, poi non vennero rispettati alcuni accordi e lasciai il lavoro ma rimasi in Italia.

  1. Adesso torniamo a parlare prettamente di wrestling: cosa ricordi di come è stato all’inizio?

L’inizio, diciamo ufficiale, è stato al liceo, dove ormai l’amore per il wrestling era diventato folle e la classe era la nostra arena. Io ed Ace, un ex lottatore ICW e TCW, inventavamo delle card con tutti i compagni di classe e giù botte. Avevamo fatto anche un paio di piccole esibizioni davanti ad amici, nelle feste, e in un locale dove bazzicavamo spesso, picchiandoci come fabbri. Una sera ci siamo detti: facciamolo sul serio. Avevamo contattato su alcuni siti le prime federazioni esistenti, e la ICW ci aveva dato l’impressione di essere quella più affidabile. E quindi: via! Macchina, treno e metrò per andare a Quarto Oggiaro la domenica ad allenarsi. Per chi non conosce Milano, Quarto Oggiaro era (ed è tuttora) uno dei quartieri con il più alto tasso di criminalità della zona. Un bell’ambientino folkloristico: eravamo ospitati nella palestra di una scuola media, ovviamente con tanto di macchina bruciata all’esterno! Partivamo da Bergamo in tre: Ace, Paolo Gentile (ragazzone che ci ha insegnato un sacco di cose sul wrestling e che purtroppo si è fermato dopo l’esordio) ed io. Ci allenavamo su un tappetone nella palestra di Emilio, con lui ed altri ragazzi che avevano già esordito. Ricordo ancora il mal di collo dei primi allenamenti e il torace in fiamme per le prime chop subite. Che figata!

Nella foto, in alto: Dettagli folkloristici della periferia di Milano
Nella foto, in alto: Dettagli folkloristici della periferia di Milano
  1. Ci si prepara, ci si prepara e ci si prepara ancora… ma poi, davanti al pubblico, come ci si sente?

Il mio esordio è stato in un match “one on one”. Ace era in vacanza e Paolo aveva paccato all’ultimo. Tra infortuni e gente da sostituire dovevo sobbarcarmi tre match. Quel giorno eravamo a Gabicce Mare e in piazza c’erano ottocento persone. Ero super carico ma non avevo nemmeno un briciolo di paura. Avvertivo solo una leggera tensione ma nulla più. Entro, saluto il pubblico salgo sul ring. E poi: “…e adesso che cazzo devo fare?…” mi dico.  Zero. Vuoto assoluto. E fortuna che il primo match era col mio maestro, che mi ha guidato dall’inizio alla fine. Un successo. Dopo di quello ho avuto solo un paio di incontri in cui ero molto teso, ma perché c’era tantissima gente o avevo un avversario molto conosciuto. La parte più difficile del wrestling è l’interazione e sapere lavorare col pubblico, ma è una cosa che mi è venuta naturale da subito. Si vede che ci sono portato!

Nerlla foto, in alto: con Emilio Bernocchi, 2008
Nerlla foto, in alto: con Emilio Bernocchi, 2008

 10. Tirando le somme, per quanti anni hai lottato e da quanti anni sei maestro?

Nella foto, in alto: kobra con allievi e famiglia
Nella foto, in alto: Kobra con allievi e famiglia

     Ho esordito nel lontano 2004. Per motivi logistici, nel 2005 abbiamo incominciato ad allenarci in parziale autonomia, facendo tuttavia spesso e volentieri stage da Mr. Excellent o con i vari stranieri che lottavano da noi. Ad oggi gestisco un polo di allenamento con due sedi e una quindicina di allievi, uno dei pochissimi, in Italia, attivo da 12 anni consecutivi.

  1. Dopo quanti infortuni o danni fisici hai deciso di ritrarti e dedicarti solo all’insegnamento?

Di infortuni ne ho avuti molti. Logoranti, ma per fortuna mai troppo seri. Oltre a vari traumi cranici, le ginocchia non mi reggono più e la schiena è messa maluccio. Son messo di merda, insomma.

  1. Che ricordi conservi del tuo ultimo match? Eri consapevole che lo fosse?

Ero tranquillo, molto concentrato. Era un incontro difficile e abbastanza pericoloso. Ci siamo preparati entrambi a lungo per renderlo epico. Lukas (Black Jack) non lottava da quattro anni, ed era rientrato apposta per quell’incontro. Ho ancora impresso nella mente Black Jack sulla scala mentre io ero sdraiato su un tavolo, e il pubblico faceva un casino infernale.  Poi c’è stato il buio per qualche secondo.

  1. Ma hai perso i sensi? Ti sei fatto male seriamente?

Ho preso una botta in testa col rinculo del tavolo, nulla di che.  No, quello era il mio match di ritiro già preventivato Ero consapevole che smettere quando ero ancora al top fosse la scelta giusta da fare. In questo modo avrei potuto ancora fare uno o due match all’anno, giusto per non chiudere del tutto.

Nella foto, in alto: una bellissima immagine di Kobra
Nella foto, in alto: una bellissima immagine di Kobra

 

  1. Quanti altri talenti si sono persi a causa di infortuni, all’interno della tua cerchia di conoscenze?

Tanti, anche se molti sono riusciti a togliersi delle belle soddisfazioni, prima di ritirarsi. Mi è dispiaciuto tantissimo invece perdere qualche allievo promettente prima dell’esordio, per infortunio.

  1. Stai assistendo al ricambio generazionale: i “vecchi” abbandonano e un buon numero di ragazzi iniziano a praticare. Che sensazioni ti dà, vedere tutto questo?

 Mi fa molto piacere! Stanno arrivando ragazzi giovani che hanno molte più possibilità di quelle che avevamo noi all’inizio. Ragazzi che hanno molta più testa di noi anche se un po’ più fighetti (sorride). Abbiamo aperto la strada al wrestling italiano, alla faccia di quelli che lo davano per morto.

  1. Nella foto, in alto: un bellissimo priomo piano di Kobra
    Nella foto, in alto: un bellissimo primo piano di Kobra

    Che ruolo hai, ora che non combatti più?

 Lavoro dietro le quinte: oltre a fare spesso il presentatore, ad oggi sono booker e direttore presso la ICW Wrestling. 

  1. Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto, il wrestling?

 Ti dà quanto ti toglie, per me. Da un lato, penso che non ci sia cosa più bella di fare lo sport che ami e la soddisfazione di vedere i tuoi traguardi raggiunti. Ma per arrivarci, ovviamente devi lavorare tanto di fisico e di testa, passare ore su treni, aerei, auto, portare il tuo fisico al limite, e talvolta farti male seriamente. Tantissimi sacrifici, insomma, ma ne è valsa la pena. Lo rifarei altre cento volte.

  1. E diventare maestro, come è stato? Non è che uno si sveglia la mattina e dice: “ora sono maestro”. Quali passaggi ci sono stati, prima della consapevolezza di esserlo davvero?

 Assolutamente vero! All’inizio, infatti, replicavo tutto quello che vedevo negli allenamenti ufficiali e quello che imparavo negli stage. Sono cresciuto anch’io coi primi allievi che ho avuto. Imparavamo insieme, siamo diventati grandi insieme.

  1. Come ti sei accorto di saper trasferire agli altri il tuo sapere?

Sarebbe da chiedere a loro (sorride). Io ho sempre cercato di dare il massimo anche insegnando, dando il cento per cento. Facendo squadra con gli allievi e creando un gruppo forte e coeso. Sicuramente ha fatto la differenza. Inoltre ho sempre seguito e seguo tuttora gli stage di Emilio, un’enciclopedia vivente della disciplina. E mi incazzo pure, che non so tutte ‘ste cose che sa lui!!

  1. Cosa è importante creare in un gruppo di allievi?

 In un gruppo serve coesione. Non ci sono individualismi: si lavora per la squadra, e chi non accetta questo può anche essere un fenomeno, ma con me non lavora. Si fanno sacrifici, si prendono botte e serve tanta dedizione. Poi c’è anche la parte dello svago, naturalmente, ed ecco: li siamo i migliori! Lo dico con orgoglio!

Nella foto, in alto: Kobra con una delle innumerevoli conture conquistate in carriera
Nella foto, in alto: Kobra con una delle innumerevoli cinture conquistate in carriera
  1. Cosa bisogna evitare che si crei, in un gruppo di allievi?

 Che si creino gelosie, magari riguardo a chi ha più spazio di un altro. Ci sono degli equilibri che vanno mantenuti e serve avere gente con intelligenza sufficiente a saperli gestire. Ci sono stati tanti litigi negli anni, ma tutti finiti con una birra e due sberle, in amicizia.

  1. Hai cresciuto dei veri talenti, come Akira. Com’e stato, vederli crescere professionalmente?

Quando si è presentato Akira, ho pensato fosse l’ennesimo ragazzino magro che al secondo allenamento, dopo due bump e cardio sarebbe andato via. Invece è la prova che la DETERMINAZIONE vince sempre su tutto. Ha fame, ha voglia! È stato in Inghilterra a 16 anni a imparare alla WAW, va da Emilio, continua a migliorare. Non dovrà montarsi la testa, anche se a diciassette anni è facile, questo è chiaro. Se rimane così, abbiamo un campione in casa.

  1. Oltre ad Akira, quali altri talenti hai prodotto?

Dal polo di Bergamo sono usciti Black Jack, Dinamite Jo, Marcio Silva, Goran il Barbaro, Tenacious Dalla, Taurus, Miso Mijatovic, Ombra, Leon, Silas, Mary Cooper, William Galante, Horus, Mark Dinamite, Persefone e Filiberto. Sperando di non aver dimenticato nessuno, naturalmente!

  24.  Cosa vorresti dire ai ragazzi che si accingono a calcare un ring?

 Il wrestling fatto bene e non come il calcetto del giovedì, vuole il cento per cento della tua vita. Ci vuole impegno, rispetto, dedizione. Saper abbassare la testa e lavorare senza lamentarsi. Con la volontà e determinazione si arriva sempre, ovunque. Io nella vita e nel wrestling ho sempre seguito “le tre C”: cervello, coglioni, cuore.

  1. Hai praticamente vissuto di persona tutta la storia della ICW. Secondo te, di quanto è cresciuto il wrestling in Italia in tutto questo tempo?

È cresciuto sicuramente a livello di preparazione e bravura degli atleti. Si sono create parecchie federazioni (serie e no) e una discreta fan base, soprattutto al nord.

Nella foto, in alto: Kobra sul ring
Nella foto, in alto: Kobra sul ring
  1. Cosa si potrebbe o cosa si dovrebbe fare per migliorare il “prodotto wrestling” in Italia?

Sicuramente ci vorrebbero degli investimenti e copertura televisiva, inoltre tornare a far vivere il wrestling in maniera seria e non la “pagliacciata” che ha venduto Italia 1.

  1. Che ne pensi di tutte le federazioni che spuntano come funghi, magari senza nessuna base solida?

Qua bisognerebbe vedere chi ha un progetto commerciale serio e chi apre la promotion soltanto perché magari non stava bene dov’era e per poter gestire le cose a modo suo.

Nerlla foto, in alto: Kobra si riposa tra un impegno e l'altro
Nella foto, in alto: Kobra si riposa tra un impegno e l’altro
  1. La ICW, in tutti questi anni, ha sempre organizzato i suoi show in modo autonomo e solo da poco tempo ha iniziato a collaborare con altre federazioni. A cosa pensi che sia dovuta, questa apertura, e qual è la tua opinione in proposito?

In passato le federazioni che chiedevano una partnership non erano così serie e spesso si arenava il tutto in fase di trattativa. Non c’erano le premesse. Nonostante questo nel 2009-2010 avevamo già incominciato a lavorare con una federazione di Roma senza problemi. Oggi i promoter sono molto più maturi e c’è sicuramente più spazio di collaborazione.

  1. Che ne pensi di quegli atleti che combattono o che sono costretti a combattere gratis?

Ci sono delle situazioni e casi in cui un worker può decidere di combattere gratis. Soprattutto ad inizio carriera e per farsi conoscere. Non deve mai essere la regola ovviamente. Fanno eccezione, ovviamente, gli show di beneficenza

  1. Secondo te, cosa si potrebbe fare per invogliare la gente a venire a vedere uno show di wrestling, piuttosto che la partita?

 Se lo sapessi avremmo tutti i palazzetti pieni! (ride) Sicuramente la copertura televisiva aiuterebbe, poi cercare di creare uno show che possa essere attraente ed accattivante, tale da ispirare e attrarre non solo il pubblico che già ama il wrestling, ma chiunque.

  1. Che lavori hai fatto finora, che lavoro fai attualmente e come sei riuscito a conciliare tutte le tue attività: wrestling, famiglia e lavoro?

    Nella foto, in alto: Il Kobra viaggiatore
    Nella foto, in alto: Il Kobra viaggiatore

Dopo l’università mi son sempre occupato di commerciale estero, quindi passando in trasferta molto tempo. Non è stato semplice fare un weekend di wrestling e partire il lunedì per andare dall’altra parte del mondo e poi tornare il venerdì per fare un altro weekend di wrestling. Fortunatamente non ho mai avuto compagne che abbiano cercato di fermare questa passione. Il difficile è svegliarsi la domenica mattina dopo aver dormito 3 ore, pieno di botte, cercare di essere il miglior compagno del mondo e il giorno dopo essere un serio e dinamico lavoratore professionista.

  1. Piccolissimo intermezzo gossip: guardando le tue foto partendo dagli anni passati ad oggi, salta agli occhi che una volta eri inguardabile mentre ora sei un fiko incredibile. Ma come hai fatto? Hai qualche segreto?

Ahahahahhahahaha, son sempre stato un figo incredibile, prima ero solo più scappato di casa di ora. Tutto qui!

  1. Pensi di portare sul ring la tua bambina, quando sarà cresciuta?

Se amerà il wrestling come lo amo io non la fermerò, anzi! Le darò tutto il supporto e l’insegnamento possibile. Ovviamente la terrò il più distante possibile dai lottatori (sorride)!

 

Nella foto, in alto: una dolcissima versione di Kobra con la sua piccina
Nella foto, in alto: una dolcissima versione di Kobra con la sua piccina
  1. Come sono la tua giornata tipo e il tuo weekend tipo?

Oggi la mia giornata tipo, se mi trovo in Italia, consiste nell’uscire di casa alle 7.30 e rientrare alle 19.30 e passare del tempo in famiglia. Il weekend tipo non esiste, solitamente cerco in ogni caso di stare in famiglia.

  1. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

A livello di wrestling continuare a fare crescere i ragazzi e vedere di riuscire a fare ancora un paio di match. A livello lavorativo continuare a crescere e vedere crescere la mia piccola .

Kobra, grazie davvero per la tua disponibilità a questa intervista! Speriamo sinceramente di poterti rivedere in azione, almeno qualche volta. Baci a te e alla tua piccolina!

DOVEROSA PRECISAZIONE che prima o poi dovevamo fare: Non avete idea di cosa voglia dire ricevere una telefonata mentre siete sull’autobus, scendere in mezzo alla strada tra il traffico e la gente che passa, rimanere attaccati al telefono per un’ora a parlare in mezzo alla gente che passa e ti guarda, e chissenefrega di tutto il resto. È un uomo che avete visto sul ring per cinque minuti circa. Tutti ve ne hanno parlato ma voi non avete mai avuto modo di scambiare due parole con lui. E quest’uomo vi racconta tutta la sua vita, i cavoli suoi, si apre a voi senza riserve con le confidenze più intime (che ovviamente non verranno mai pubblicate) a tal punto che alla fine della telefonata lo considerate un amico, un fratello. Si crea un ponte, tra di voi. Ad ogni intervista avete una persona in più a cui voler bene.

Grazie, grazie davvero, Alberto! Grazie a tutti coloro che abbiamo avuto (e che avremo) l’onore e il piacere di intervistare.

                                                                                                                                                                                   Erika Corvo

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