
Nella foto, in alto: la Cappella Sistina allestita per la votazione del Conclave
Dietro i portoni serrati della Cappella Sistina, sotto lo sguardo severo del Giudizio Universale di Michelangelo, si consuma uno dei rituali più affascinanti, segreti e immutati della storia dell’umanità. L’elezione di un Papa non è semplicemente un voto politico, ma una complessa coreografia di fede, tradizione e totale isolamento dal resto del mondo, regolata da norme secolari che trasformano ogni gesto in un simbolo.
Tutto ha inizio quando il Portone Bronzeo si chiude e risuona la celebre formula dell’Extra omnes, l’ordine che impone a chiunque non sia un cardinale elettore di lasciare l’aula. Da quel preciso istante, il tempo sembra fermarsi e il mondo esterno cessa di esistere. I porporati giurano, uno a uno, poggiando la mano sul Vangelo, di mantenere il più assoluto segreto su tutto ciò che accadrà all’interno della cappella, pena la scomunica immediata. Per garantire questa totale separazione, i tecnici vaticani bonificano i locali alla ricerca di microspie e installano dispositivi per schermare qualsiasi segnale telefonico o internet, tagliando i ponti con l’era digitale.
La giornata del conclave è scandita da un ritmo solenne e silenzioso. La scheda di voto, rettangolare e stampata con la scritta Eligo in Summum Pontificem, viene compilata dai cardinali cercando di camuffare la propria grafia per garantire l’anonimato. Ciascuno di loro, in ordine di precedenza, si alza portando la scheda ben visibile tra le dita, si dirige verso l’altare e, prima di deporla in un’urna di bronzo, pronuncia a voce alta un giuramento in latino, chiamando Cristo a testimone del fatto che il proprio voto è guidato solo dalla coscienza.
Una volta raccolti tutti i suffragi, inizia la fase cruciale dello scrutinio. Tre cardinali, estratti a sorte come “scrutatori”, leggono ad alta voce i nomi scritti sulle schede, mentre l’ultimo di loro le fora con un ago all’altezza della parola Eligo, facendovi passare un filo di seta. Questo accorgimento serve a legare insieme tutte le schede per conservarle e verificare che il loro numero corrisponda esattamente a quello dei votanti. Per essere eletto, un candidato deve raccogliere la maggioranza dei due terzi dei presenti.
Se il quorum non viene raggiunto, si passa al momento più atteso dalla folla radunata in Piazza San Pietro: la fumata. Le schede, insieme agli appunti dei cardinali, vengono bruciate in una stufa di ghisa installata all’interno della Sistina. Se l’esito è negativo, l’aggiunta di sostanze chimiche alla combustione colora il fumo di nero, segnalando al mondo che la Chiesa è ancora alla ricerca della sua guida. Quando finalmente si raggiunge l’accordo, il fumo sprigionato dal camino è bianco, e poco dopo le campane della basilica iniziano a suonare a festa.
A quel punto, al prescelto viene posta la domanda decisiva: se accetta l’elezione canonica a Sommo Pontefice. Con il pronunciamento del sì, l’eletto dichiara anche il nome pontificale che ha scelto di assumere. Viene quindi condotto nella cosiddetta “Stanza delle Lacrime”, un piccolo ambiente attiguo alla cappella dove il nuovo Papa indossa per la prima volta l’abito bianco, spesso cedendo all’emozione per l’immenso peso che sta per assumere. Solo allora, dopo l’omaggio di obbedienza degli altri cardinali, il Cardinale Protodiacono può affacciarsi alla loggia centrale della basilica per pronunciare l’annuncio che il mondo attende: Habemus Papam.
Riccardo Motta

