
Nella foto, in alto: la scelta del velo con orgoglio
Non è solo un pezzo di stoffa. Il velo indossato da milioni di donne nel mondo arabo è il manifesto politico di una rivoluzione identitaria che l’Occidente fatica a comprendere. Spesso ridotto a mero emblema di sottomissione, lo hijab è diventato lo strumento di lotta di una nuova generazione di attiviste. Sono le femministe islamiche, intellettuali e professioniste che rivendicano il diritto di occupare lo spazio pubblico senza rinunciare alla propria fede, scardinando sia il patriarcato locale sia il paternalismo occidentale. Per capire questa prospettiva, bisogna superare i vecchi schemi coloniali che associano l’emancipazione allo svelamento del corpo. In paesi come l’Egitto, il Marocco o la Giordania, lo hijab viene indossato da molte donne come una scelta di autonomia e di resistenza. Queste attiviste rifiutano l’idea che per essere libere si debba necessariamente adottare un modello culturale eurocentrico. Al contrario, portano avanti una colta battaglia teologica. Reinterpretano i testi sacri dell’Islam dall’interno, per dimostrare che la disparità di genere non risiede nella religione, ma nelle letture distorte fatte dagli uomini nel corso dei secoli. Per loro, l’obbligo di svelarsi è violento quanto l’obbligo di coprirsi: la vera libertà coincide unicamente con l’autodeterminazione sul proprio corpo. Nelle università, nelle aule parlamentari e nelle piazze del mondo arabo, il femminismo con il velo si oppone a una doppia narrazione opprimente. Da un lato contrasta i conservatori religiosi, che vorrebbero relegare la donna a un ruolo domestico e subalterno. Dall’altro risponde a chi, in Occidente, vorrebbe “salvarle” da una fede che considerano intrinsecamente retrograda. Per queste donne, lo hijab agisce come uno scudo e una dichiarazione di intenti. Permette loro di imporre la propria presenza nel mondo del lavoro ed essere giudicate per la propria intelligenza, competenza e spiritualità, anziché per il proprio aspetto fisico o per i canoni estetici imposti dal mercato globale.

Nella foto, in alto: una manifestazione femminista di donne con il velo e fiere di averlo
Questa normalizzazione viaggia parallela a una forte solidarietà transnazionale. Le femministe arabe sotengono apertamente le battaglie delle donne che, in contesti teocratici come l’Iran o l’Afghanistan, lottano per togliersi il copricapo imposto dallo Stato. La loro battaglia non è a favore del velo in sé, ma a favore della libertà di scelta. È una sorellanza globale che mette al centro il corpo della donna come territorio di sovranità personale, libero da decreti di Stato e da pregiudizi culturali. In definitiva, lo hijab delle femministe arabe non è un simbolo di resa, ma un prisma che riflette le tensioni della modernità. È la prova che la lotta per i diritti civili e l’uguaglianza può indossare i colori della tradizione, ridefinendone i confini. Ascoltare la voce di queste attiviste significa riconoscere che il femminismo non ha un’unica lingua né un unico abito, restituendo finalmente alle donne arabe il ruolo di uniche e legittime protagoniste della propria emancipazione.
Eradis Josende Oberto

