
Nella foto, in alto: un momento della manifestazione del 22 settembre a Milano
L’autunno del 2025 si è aperto all’insegna di una fortissima tensione geopolitica che ha trovato nelle piazze italiane la sua cassa di risonanza più accesa e violenta. Tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre, l’escalation del conflitto in Medio Oriente e le drammatiche notizie legate al blocco e agli attacchi alla Global Sumud Flotilla hanno innescato una mobilitazione di massa senza precedenti, che ha paralizzato le principali città e riaperto il dibattito sul diritto di manifestazione e l’ordine pubblico.
Il termometro della protesta ha iniziato a salire vertiginosamente nella seconda metà di settembre. A Torino e Mestre le prime imponenti onde umane hanno visto sfilare decine di migliaia di persone, ma è intorno al 22 e 23 settembre che la situazione è degenerata. A Milano, la Stazione Centrale è diventata teatro di duri scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti, sfociati in lanci di oggetti, pietre e lacrimogeni. Contemporaneamente a Napoli si registravano i primi blocchi ferroviari.
La tensione ha spinto i sindacati di base, tra cui Usb e le sigle dei trasporti e della logistica, a indire uno sciopero generale nazionale e presidi davanti a Montecitorio. La protesta ha rapidamente valicato i confini delle rivendicazioni pacifiste classiche, trasformandosi in una mobilitazione diffusa contro il blocco delle rotte umanitarie e le esportazioni di armamenti.
La spinta della piazza è culminata nei primi giorni di ottobre con azioni coordinate che hanno preso di mira le infrastrutture strategiche del Paese. Il 2 ottobre è stata una giornata di caos trasporti: a Bologna la stazione è stata occupata e i binari dell’Alta Velocità bloccati per ore dopo ripetute cariche della polizia. Scenario identico a Brescia, Trieste e Napoli, mentre a Torino i manifestanti hanno devastato parte delle Officine Grandi Riparazioni. Nello stesso momento, gli studenti medi e universitari davano il via a una massiccia ondata di occupazioni, partendo dalla Sapienza di Roma.
Ma il vero punto di rottura politico-giuridico si è consumato intorno alla manifestazione nazionale inizialmente convocata a Roma per il 5 ottobre, a ridosso del drammatico anniversario dell’attacco di Hamas del 7 ottobre.
La Questura della Capitale, supportata dal Viminale, ha infatti emanato un divieto formale contro i cortei per motivi di sicurezza pubblica, paventando il rischio di infiltrazioni violente ed esaltazioni dell’eccidio. Una decisione blindata anche dal Tribunale Amministrativo Regionale (Tar) del Lazio, che ha respinto i ricorsi d’urgenza delle associazioni promotrici. Gli organizzatori e i collettivi dei Giovani Palestinesi hanno però risposto duramente, definendo il divieto un atto di “censura politica preventiva” legato all’imminente approvazione del ddl Sicurezza, invitando la piazza alla disobbedienza civile.
Riccardo Motta

