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Oltre i carri e le bandiere. Le storie che animano la Milano Pride Week 2026


Nella foto, in alto: un momento della parata

MILANO – Se ti fermi all’angolo tra via Lecco e via Melzo, nel cuore di Porta Venezia, il Pride non è un numero su un comunicato stampa. È il profumo del caffè che si mescola alle chiacchiere della sera, è il rumore dei primi striscioni che vengono srotolati, è lo sguardo di chi, per la prima volta, si sente a casa.
Quest’anno Milano festeggia trent’anni dal suo primo, timido ma coraggioso, Pride del 1996. All’epoca c’erano poche centinaia di persone e molta paura. Oggi ci sono i colori, la musica e una città intera che si colora di arcobaleno. Ma dietro i grandi numeri e i loghi delle multinazionali che sponsorizzano l’evento, il vero cuore della Pride Week batte nelle storie di chi la vive.
Come quella di Marco, 21 anni, arrivato ieri in treno da un piccolo paese della provincia per il suo primo Pride: “A casa mia la parola ‘gay’ si pronuncia ancora a bassa voce. Essere qui, vedere così tante persone camminare a testa alta, mi fa respirare. Mi fa capire che non sono sbagliato”.
O come la storia di Elena e Chiara, che tengono per mano la loro bambina di quattro anni mentre scelgono un libro illustrato allo spazio famiglie. Per loro, i dibattiti politici di questi giorni non sono teoria: sono la realtà quotidiana di una tutela giuridica che ancora manca, di moduli scolastici da compilare dove le parole “madre” e “padre” sembrano strette per contenere tutto il loro amore.
La Pride Week 2026 è certamente un evento politico, un momento di rivendicazione per i diritti e la parità. Ma è, prima di tutto, un immenso specchio umano. È il luogo dove la vulnerabilità si trasforma in orgoglio, dove la solitudine diventa comunità e dove, anche solo per una settimana, nessuno è costretto a nascondersi. Sabato i carri sfileranno per le vie del centro, ma la vera rivoluzione è già iniziata negli abbracci di chi ha trovato il coraggio di essere se stesso.

Riccardo Motta

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