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Le “Troiane” di Euripide secondo Kerkís. Lo strazio universale della guerra

Osoppo Theatre Valentina Cortese, 28 novembre 2025. Un canto lugubre si alza sulle spoglie di una Ilio dilaniata. È la voce delle Troiane. Voce che si fa carico di un dolore universale, che attraversa le maglie della storia e valica le epoche. Sui loro volti, le ferite delle madri di Gaza, delle spose dei Balcani, delle donne di ogni angolo della Terra, strappate alle loro vite, private dei loro affetti, destinate a violenze e soprusi.

Il loro strazio si dipana in una lingua arcaica, l’antico albanese. La scelta della regista, Eri Çakalli, di attribuire questo idioma ai passaggi più intimi affonda nelle radici profonde della storia. Anche l’antico popolo Illirico, come i Troiani, subì la conquista di un usurpatore (i Serbi). Il tema dell’assimilazione linguistica e culturale accomuna i due popoli e rappresenta una delle lacerazioni più dilanianti a cui una guerra può sottoporre. La lingua madre, infatti, è identità. È espressione degli affetti, delle parole più care. L’assimilazione è annientamento.

Ma la dignità delle donne di Ilio le porta ad esprimersi ancora, negli attimi estremi e di fronte al nemico, con la lingua delle loro radici. Pur nel compiersi del loro destino, ribadiscono l’orgoglio per la patria perduta e per le nobili stirpi.

La scelta linguistica si affianca a quella dei costumi, ispirati alle tradizioni dell’antica Albania. Ideati da Alice Brignoli e realizzati in collaborazione con la sezione Tessile, abbigliamento e moda dell’Istituto di istruzione superiore “Caterina da Siena” di Milano, contribuiscono a mettere in luce il sottile legame tra le due culture. 

L’Albania, teatro nella storia anche recente di guerre devastanti, nonché luogo di nascita della regista, è una terra che ha molto da raccontare. A rinforzare la scelta narrativa della regista, il significato in albanese della parola “troia”, che indica proprio la “terra”. Dunque, luogo di appartenenza, identità, base per la costruzione di una civiltà comune. La stessa terra di cui entrambi i popoli hanno subito la depredazione.

Sulla scena, emergono quattro ritratti femminili. A dominare è Ecuba, regina di Troia. Dopo aver visto morire il marito Priamo e, uno dopo l’altro, i numerosi figli, fiore di Ilio, si accinge a divenire schiava di un greco. Con la sconfitta, però, non è venuta meno la regalità. L’onore e il dignitoso contegno di sovrana non sono scalfiti nemmeno dall’imminente partenza delle navi achee, apparecchiate per consegnare le Troiane alla loro sorte di schiave.

Irrompe poi Cassandra, figlia di Ecuba e sacerdotessa di Apollo, ancora e sempre fedele al suo dio. Con furore bacchico inneggia alla grandezza dello sposo cui è consacrata. La giovane non si lascia piegare dagli eventi prossimi, tragici, nefasti, che l’attendono in Grecia e di cui è drammaticamente consapevole. Con lei, cadrà anche l’odiato Agamennone.

Nella foto, in alto: la locandina dello spettacolo

Tra le Troiane, calca la scena Andromaca, a cui il destino ha riservato la sorte più crudele. Perfino a Taltibio, il messaggero greco che le comunica l’ordine funesto, trema la voce in petto. Si rivolge a lei, unico caso, con il suo nome in lingua madre e non con la traduzione greca. È deciso. Astianatte sarà gettato dalle mura di Troia, onde evitare che un giorno possa vendicarsi ed essere un nuovo Ettore per i Greci. Se Andromaca si opporrà, verrà negata al piccolo anche la sepoltura. Lo strazio della madre sale piano, fino ad occupare ogni angolo della scena, dell’intera sala. Il lamento funebre è quello di ogni madre dilaniata dalla morte di un figlio. È la sofferenza di Maria, delle madri colpite dalla mafia, delle madri vittime di genocidi. È il dolore delle donne che hanno perduto i figli in guerra. È il pianto che riassume in sé ogni sciagura, il nefasto, l’insostenibile. I saggi consigli di Ecuba la invitano a non opporsi al nemico. La sorte è ormai segnata. Ettore non tornerà dagli Inferi a salvare lei e il figlioletto.

Ai ritratti delle Troiane, si affianca quello di Polissena, altra figlia di Ecuba. Presenza impalpabile, più volte evocata, ancora viva nella speranza della madre, ma immolata sul sepolcro di Achille. 

Le Troiane, intente ad abbandonare la loro terra e le loro vite, prossime a gettarsi in una drammatica traversata via mare, incarnano la condizione del rifugiato e del migrante di ogni tempo.

Infine, Elena. La donna a cui le stesse Troiane attribuiscono la responsabilità di ogni male. Figura controversa, cerca di difendersi. Sostiene che nulla è possibile contro l’amore. Più volte avrebbe tentato la fuga da Troia, il rientro in patria, ma invano. Il biasimo, però, è implacabile. Passione e seduzione, le cause del crollo di Troia. 

Da ultimo, Ecuba si dedica alla sepoltura di Astianatte. Ricompone la piccola salma, gli dedica un degno compianto funebre. Le Troiane, ora, si accingono a solcare l’Egeo, alla volta dei loro tragici destini.

Ritratti plastici su un nudo sfondo, le Troiane di Kerkís sono le madri sudanesi e le donne afghane di James Nachtwey, le migranti di Dorothea Lange. I loro volti sono i volti martoriati e afflitti delle vittime di guerra di ogni tempo, di ogni luogo. Icone del dolore universale, grazie allo staff di Kerkís hanno raggiunto magistralmente l’anima degli spettatori. 

Luana Vizzini

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