
Nella foto, in alto: la locandina del film The Brutalist
L’annuncio delle nomination per la novantasettesima edizione degli Academy Awards ha tracciato i confini di un’annata cinematografica straordinaria, in cui Hollywood e il cinema indipendente globale si stringono in un abbraccio tanto inaspettato quanto potente. Le scelte dei giurati disegnano un panorama dove il rischio artistico, la commistione di generi e la forza della narrazione visiva pura hanno scalzato i calcoli geopolitici dei grandi studios, regalandoci una delle cinquine — anzi, decine — più elettrizzanti e varie degli ultimi decenni.
A guidare la carica dei candidati al premio come miglior film troviamo Emilia Pérez, lo spiazzante e visionario musical-noir diretto da Jacques Audiard. La pellicola ha fatto letteralmente incetta di nomination, imponendosi come un fenomeno culturale capace di unire il dramma sociale dei cartelli messicani alla delicatezza della transizione di genere, il tutto a ritmo di musica. Subito dietro, a contendersi la statuetta più ambita con la forza della sua monumentale classicità, c’è The Brutalist di Brady Corbet, un’epopea dolorosa e magnetica sull’architettura, l’immigrazione e la ricostruzione dell’anima nel secondo dopoguerra, che vola alto anche grazie alla monumentale interpretazione di Adrien Brody.
La cinquina della regia e della miglior pellicola si arricchisce di sfumature radicalmente diverse, specchio di un cinema che non vuole più annoiare. C’è la vibrante e dissacrante favola contemporanea di Anora, firmata da Sean Baker, che continua la sua personalissima e poetica esplorazione degli emarginati d’America con una commedia umana travolgente. Sul fronte opposto, la Hollywood dei grandi miti e delle biografie d’autore si riprende la scena con A Complete Unknown di James Mangold, in cui la trasformazione di Timothée Chalamet nei panni di un giovane e rivoluzionario Bob Dylan ha saputo stregare i giurati dell’Academy, e con il teso intrigo vaticano di Conclave, firmato da Edward Berger.
Il cinema di genere e la fantascienza d’autore non sono rimasti a guardare, conquistando spazi tutt’altro che marginali. Dune – Parte due di Denis Villeneuve porta in dote la sua maestosa potenza visiva e tecnica, mentre il fenomeno body-horror dell’anno, The Substance di Coralie Fargeat, ha scosso le fondamenta di Hollywood ottenendo nomination pesantissime e consacrando il coraggio di una narrazione viscerale sulla percezione del corpo femminile. A completare questo incredibile affresco si aggiungono le atmosfere magiche di Wicked, il ritratto intimo e drammatico di I’m Still Here di Walter Salles e la toccante profondità di Nickel Boys, confermando un’edizione dominata da storie che pretendono di essere vissute sul grande schermo.
Riccardo Motta

