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La carne e il marmo. L’ossessione di Robert Mapplethorpe travolge Milano

Nella foto, in alto: Autoritratto di Robert Mapplethorpe

Varcare la soglia di Palazzo Reale, in questi giorni di pieno fermento milanese, significa abbandonare il rumore del traffico di Piazza Duomo per immergersi in un silenzio quasi solenne. A rompere l’oscurità delle sale sono i contrasti netti, taglienti e magnifici della retrospettiva “Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio”, dal 29 gennaio. Un viaggio visivo che non si limita a mostrare la fotografia, ma mette a nudo l’anima stessa di uno degli artisti più controversi e raffinati del Novecento.
Il percorso espositivo si sviluppa come un dialogo intimo e spietato tra la precisione millimetrica della forma e l’anarchia delle pulsioni umane. Sotto l’attenta cura di Denis Curti, le immagini catturano il visitatore costringendolo a ridefinire il confine tra arte e provocazione. I corpi maschili e femminili, scolpiti da una luce argentea e teatrale, non appaiono mai come mera pornografia; al contrario, rievocano la perfezione geometrica e la mimesi della statuaria classica. C’è una sacralità quasi scultorea persino negli scatti più audaci dell’esplicito X Portfolio.
Accanto alla fisicità prorompente dei nudi e all’ambigua grazia geometrica dei suoi celebri fiori, la mostra vive dei volti che hanno segnato un’epoca. Gli occhi dei visitatori si posano magnetizzati sui ritratti frontali e rigorosi delle grandi muse e degli amici di sempre: l’androgina complicità di Patti Smith, la geometrica presenza di Grace Jones, i lineamenti iconici di Andy Warhol e Isabella Rossellini. Fino ad arrivare alla sala più intima, quella degli autoritratti, dove Mapplethorpe ha impresso sulla pellicola il proprio inesorabile appuntamento con il tempo e con la malattia, guardando l’obiettivo – e noi – senza alcun filtro.
Milano si conferma il palcoscenico ideale per questa seconda tappa di una grande trilogia italiana. Le forme del desiderio non è solo una mostra per collezionisti o nostalgici della New York underground degli anni ’70 e ’80; è un alfabeto visivo di rara potenza, capace di attirare una marea di giovani visitatori che riscoprono in Mapplethorpe un pioniere dell’inclusione, della libertà identitaria e dell’eleganza formale assoluta.
La carne si fa marmo, il tabù diventa icona: fino al 17 maggio, Palazzo Reale custodisce il testamento visivo di un artista che ha trasformato il desiderio nella sua più grande opera d’arte.

Riccardo Motta

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