
Nella foto, in alto: la locandina di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Šostakovič
Il ticchettio della pioggia milanese su via Filodrammatici si confonde, per una notte, con il fruscio della seta pesante e il mormorio elettrico di una città che si specchia nella sua stessa leggenda. È il 7 dicembre 2025. Sant’Ambrogio. Fuori, Milano indossa la solita nebbia elegante e le luci di Natale che scaldano l’Ottagono in Galleria. Dentro, il Teatro alla Scala è un alveare di velluto rosso, ori d’altri tempi e l’inconfondibile profumo di profumi costosi e attesa millimetrica.
Ma quest’anno, l’aria sotto la grande volta dorata è diversa. Non c’è il rassicurante romanticismo di Verdi, né il dramma fatale di Puccini. C’è il brivido del proibito, il fascino tagliente del Novecento. Cinquant’anni dopo la morte di Dmitrij Šostakovič, la Scala apre la stagione sfidando i fantasmi della storia con “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk”.
Camminare nel foyer prima che la campanella suoni è come sfogliare una rivista di cronaca, arte e potere, dove i flash dei fotografi squarciano la penombra. I gioielli riflettono le luci dei lampadari di cristallo, mentre i grandi nomi dell’imprenditoria, della politica e della cultura si scambiano saluti di circostanza. Eppure, dietro i sorrisi e le cravatte nere, si avverte una sottile tensione intellettuale.
Tutti sanno che non sarà una serata “facile”. Si sussurra della celebre stroncatura che la Pravda di Stalin riservò all’opera nel 1936, definendola “Caos invece di musica”. Oggi quel caos calpestato dalla dittatura entra trionfalmente nel tempio della lirica mondiale.
Ore 18:00. Il lampadario centrale si spegne lentamente, scivolando verso il soffitto come una luna che tramonta. Il silenzio che avvolge i palchi è così denso che si potrebbe tagliare con un filo di seta.
Il Maestro Riccardo Chailly sale sul podio. Il suo gesto è fermo, quasi solenne. Quando la sua bacchetta fende l’aria, non evoca armonie celestiali, ma l’urto brutale di una Russia rurale, patriarcale e claustrofobica. La regia del debuttante Vasily Barkhatov non fa sconti: la gabbia in cui si muove Katerina L’vovna Izmailova (interpretata da una magnetica Sara Jakubiak) è opprimente. È la storia di una donna schiacciata da un suocero violento e da un marito inetto, che cerca la libertà attraverso il sangue e il delitto.
L’orchestra della Scala risponde alle sollecitazioni di Chailly con una violenza cromatica impressionante. I fiati graffiano, le percussioni picchiano come un battito cardiaco impazzito. Non è una musica da salotto; è carne, sudore, passione e satira feroce. Nei palchi qualcuno si irrigidisce sulla sedia; in platea l’attenzione è magnetica. Katerina non è una semplice assassina: è la vittima di un mondo disumano, e la musica di Šostakovič la culla, la compatisce, la urla.
Quando l’ultimo accordo si spegne nel vuoto del quarto atto, dopo quasi quattro ore di tensione, il silenzio dura un battito di ciglia. Poi, il boato.
Milano applaude. I palchi storici liberano la tensione accumulata, la platea tributa un trionfo a Chailly e al cast. Qualche isolato e immancabile fischio dalle file dei loggionisti – custodi ortodossi della tradizione – non fa che confermare la regola: la Prima della Scala è viva solo quando fa discutere.
Mentre il pubblico defluisce verso la notte milanese, sotto i portici illuminati, resta la sensazione di aver assistito a un riscatto storico. Šostakovič ha vinto la sua personale battaglia contro il tempo e la censura, nel cuore di una Milano che, per una notte, ha smesso di essere solo la capitale della moda ed è tornata a essere il centro gravitazionale della cultura europea.

