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Don Mazzi. L’addio al prete anarchico. A ognuno il suo giudizio…

Nella foto, in alto: Don Mazzi mentre celebra una messa

Don Antonio Mazzi è stato il prete più anarchico, sregolato e discusso d’Italia. I suoi funerali nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano certificano l’addio a un provocatore nato, un uomo che ha demolito il cliché del sacerdote mite per indossare i panni del bastian contrario. Spocchioso con i potenti, ruvido con i vescovi e allergico ai protocolli, ha scelto la strada e il fango delle periferie come unico vero altare, dividendo radicalmente l’opinione pubblica. Perché di fronte a un uomo così estremo, capace di muoversi tra vette di generosità e abissi di esibizionismo, a ognuno spetta il suo insindacabile giudizio.

La sua sregolatezza era un’arma politica e mediatica. Nei talk show degli anni Novanta e Duemila si muoveva con la spregiudicatezza di una rockstar, regalando bordate al perbenismo borghese, insultando l’ipocrisia clericale e portando in prima serata storie di tossicodipendenza e criminalità senza alcun filtro diplomatico. Nel 1984, per combattere l’eroina, ha fondato la Fondazione Exodus al Parco Lambro ignorando le linee guida della medicina ufficiale: niente sbarre, niente metadone, solo fatica, cammini forzati, teatro e una fiducia cieca e quasi incosciente nei “ragazzi cattivi”. Ha accolto in comunità assassini e detenuti eccellenti, fottendosene del giustizialismo imperante e dei continui richiami formali della Chiesa. Santo laico o abile manipolatore dei media? Costruttore di rinascite o cacciatore di riflettori? Don Mazzi non ha mai fatto nulla per farsi amare da tutti e la sua vita non ammette sfumature grigie: esce di scena lasciando un’eredità indomita e spaccata a metà, dove il verdetto finale sulla sua figura resta sospeso e appartiene, intimamente, solo a ciascuno di noi.

Eradis Josende Oberto


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