
Nella foto, in alto: un giovane solitario
C’è un’emergenza silenziosa che si respira nelle aule scolastiche, nelle camerette e dietro gli schermi dei telefoni. Non fa rumore come le notizie in prima pagina, ma sta cambiando la pelle di una generazione. Ansia, depressione, disturbi alimentari e quel bisogno profondo di chiudersi in se stessi non sono più eccezioni, ma i compagni di viaggio di troppi ragazzi.
Oggi i giovani crescono immersi in una tempesta perfetta. Da una parte la pressione di dover essere sempre perfetti, performanti e felici, un’illusione amplificata da social network che pesano il valore umano in base ai “like”. Dall’altra, un futuro che sembra offrire solo incertezza, precarietà e crisi globali. A tutto questo si aggiungono i nodi mai sciolti di una pandemia che ha tolto loro gli anni più belli della socialità proprio quando ne avevano più bisogno. Il risultato è che molti ragazzi si sentono semplicemente inadeguati, schiacciati da aspettative irreali.
La buona notizia è che questi ragazzi sono straordinariamente coraggiosi: hanno abbattuto il muro della vergogna. Parlano del proprio dolore e chiedono aiuto molto più dei loro genitori, sdoganando la psicoterapia. Il vero problema è che il sistema non è pronto ad accoglierli. Tra liste d’attesa infinite nella sanità pubblica e i costi proibitivi dei privati, curarsi è diventato un lusso che non tutti possono permettersi.
Il disagio dei giovani non è un capriccio e non è una questione privata delle singole famiglie. È il termometro di una società che corre troppo e ascolta troppo poco. Fermarsi, introdurre lo psicologo nelle scuole in modo stabile e rimettere il benessere emotivo davanti al rendimento non è più solo una scelta: è l’unico modo che abbiamo per salvare il nostro futuro.
Riccardo Motta

