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Ragazzi hikikomori. Una piaga anche in Italia

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Hikikomori. Un fenomeno che sbotta, purtroppo, pure in Italia.  Migliaia di giovani si rinchiudono in casa. Sono giovanissimi. Hanno tra i 14 e i 25 anni e non studiano né lavorano. Non hanno amici e passano gran parte della giornata chiusi nella loro camera. Appena rispondono laconici a domande fatte dai genitori. Dormono durante il giorno e vivono di notte per evitare qualsiasi confronto con il mondo esterno. Si rifugiano tra i meandri del network  e dei social con profili fittizi. Unico contatto con la società che hanno abbandonato. Li chiamano hikikomori, parola giapponese che significa “stare in disparte”. Nel Paese del Sol Levante hanno da poco raggiunto la preoccupante cifra di un milione di casi. Ma è errato  considerarlo un fenomeno limitato solo ai confini giapponesi. “E’ un cancro che affligge tutte le economie sviluppate – spiega Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, la prima associazione nazionale d’informazione e supporto sul tema – Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila: c’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di auto-escludersi”. Dipende dal carattere dell’individuo. Se forte, o debole. Se forte accetterà di competere con i compagni di scuola, o con i colleghi. Di contro, se debole di fronte ai confronti svanirà come la neve al sole. Le ultime stime parlano di 100mila casi italiani di hikikomori. Un esercito di prigionieri  che chiede aiuto. Un numero che è destinato a lievitare se non si riuscirà a dare al fenomeno una certa collocazione clinica e sociale. In Giappone è allarme Hikikomori, il disagio mentale che tiene chiuse in casa 500.000 persone Un fenomeno dai contorni ancora poco chiari. Nel Bel Paese si sta muovendo l’associazione Hikikomori Italia. Ormai da anni stanno facendo il possibile per sensibilizzare l’opinione pubblica intorno ad un disagio che viene troppo spesso confuso con l’inettitudine e la mancanza di iniziativa delle nuove generazioni. Un equivoco che ha trovato terreno fertile nel dibattito politico, legislatura dopo legislatura, fornendo stereotipi come “bamboccioni”, definizione coniata nel 2007  dall’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, o “giovani italiani choosy” (schizzinosi) dell’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, fino ad arrivare al mare magnum dell’acronimo Neet, i ragazzi “senza studio né lavoro”, che secondo un sondaggio dell’Università Cattolica del 2017 sarebbero 2 milioni in tutta la Penisola. Altresì, dal punto di vista medico l’hikikomori soffre di una classificazione nebulosa. Nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), la “Bibbia” della psichiatria, è ancora iscritto come sindrome culturale giapponese. Un’imprecisione che tende a sottostimare la minaccia del disagio nel resto del mondo e che crea pericolose conseguenze. “Molto spesso viene confuso con sindromi depressive e nei peggiori casi al ragazzo viene affibbiata l’etichetta della dipendenza da internet” – spiega Crepaldi – Una diagnosi di questo genere normalmente porta all’allontanamento forzato da qualsiasi dispositivo elettronico, eliminando, di fatto, l’unica fonte di comunicazione con il mondo esterno per il malato. Una condanna per un ragazzo hikikomori”.  Come si diventa hikikomori?
L’ambiente scolastico è un posto vissuto con particolare sofferenza dagli hikikomori. Non per nulla, la maggior parte di loro propende per l’isolamento forzato proprio durante gli anni delle medie e delle superiori. E’ in questo periodo che di  regola si verifica il cosiddetto “fattore precipitante”, ovvero l’evento chiave che dà il la’ al graduale allontanamento da amici e familiari. La causa scatenante può essere un episodio di bullismo,  o un brutto voto a scuola, ad esempio . “Un avvenimento innocuo agli occhi delle altre persone, ma che contestualizzato all’interno di un quadro psicologico fragile e vulnerabile, assume un’importanza estremamente rilevante – spiega Crepaldi – E’ la prima fase dell’hikikomori. Il ragazzo comincia a saltare giorni di scuola utilizzando scuse di qualsiasi genere. Abbandona tutte le attività sportive. Inverte il ritmo sonno-veglia e si dedica a monotoni appuntamenti solitari come il consumo sregolato di serie TV e videogame”. E’ importantissimo intervenire proprio in questo primo stadio del disturbo, quando si manifestano i primi campanelli di allarme. In questa fase i genitori e gli insegnanti rivestono un ruolo cruciale in chiave prevenzione. Indagare a fondo sulle motivazioni intime del disagio e, nel caso, cercare in breve tempo il supporto di un professionista esterno può evitare il passaggio ad una fase più critica, che richiederebbe un intervento lungo potenzialmente anche anni.

Giuliano Regiroli

 

 

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