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La Scala ritrova la sua anima popolare. Il trionfo della Forza del destino inaugura la stagione tra applausi e coscienza sociale

Nella foto, in alto: un momento dell’opera La forza del destino

Luci, velluti, gioielli e una palpabile dose di elettricità che attraversa la platea. La sera del 7 dicembre 2024, Milano ha celebrato il suo rito laico più atteso: la Prima del Teatro alla Scala. Quest’anno il sipario si è alzato su La forza del destino di Giuseppe Verdi, un’opera titanica scelta dal direttore musicale Riccardo Chailly e affidata alla regia visionaria e geometrica di Leo Muscato. Il risultato è stato un trionfo, culminato in oltre tredici minuti di applausi scroscianti, ma non sono mancate le sfumature di dissenso che, come da tradizione, rendono la serata scaligera un termometro vivo della cultura e della società.
Il successo musicale porta la firma indiscutibile di un cast stellare. Anna Netrebko, nei panni di Leonora, ha incantato il pubblico con una performance vocalmente sontuosa e drammaticamente magnetica, confermandosi regina indiscussa del palcoscenico milanese. Accanto a lei, Jonas Kaufmann (Don Alvaro) ha regalato momenti di assoluto lirismo, nonostante qualche isolata contestazione dal loggione, mentre il baritono Ludovic Tézier ha scolpito un Don Carlo di straordinaria solidità. La concertazione di Chailly ha tenuto le fila di una partitura complessa e fluviale con mano sicura e vigorosa, esaltando i colori dell’Orchestra e la prova monumentale del Coro, quest’ultimo lungamente acclamato.
Se la componente musicale ha unito quasi tutti i giudizi, la messinscena di Leo Muscato ha diviso, com’è inevitabile per una Prima. Muscato ha scelto di spogliare l’opera dai tradizionali fronzoli ottocenteschi, optando per una scenografia astratta e minimalista, dominata da proiezioni e forti contrasti di luce, focalizzandosi sul dramma psicologico dei personaggi e sull’ineluttabilità del destino. Una rilettura pulita e moderna che ha convinto gran parte della critica, ma che ha incassato i canonici “buuu” di una parte dei loggionisti, storicamente legati a visioni più classiche del melodramma verdiano.
Fuori dal teatro, la consueta cornice blindata di Piazza della Scala ha fatto da sfondo a un’atmosfera profondamente istituzionale ma sobria. Nel palco reale mancavano le massime cariche dello Stato: assenti il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la Premier Giorgia Meloni, la scena politica è stata rappresentata dal Ministro della Cultura Alessandro Giuli e dalle autorità locali, tra cui il Sindaco di Milano Giuseppe Sala e il Governatore lombardo Attilio Fontana. La serata ha assunto anche un valore simbolico per il sovrintendente Dominique Meyer, giunto alla sua ultima Prima alla guida del teatro prima del passaggio di testimone a Fortunato Ortombina.
Mentre gli ultimi spettatori lasciavano il teatro per i tradizionali ricevimenti che animano la notte milanese, la sensazione rimasta nell’aria era quella di una scommessa vinta. In un’epoca di profonde trasformazioni, la Scala ha dimostrato ancora una volta di saper essere contemporaneamente un custode rigoroso della tradizione e un laboratorio aperto al futuro, regalando a Milano e al mondo una notte di grandioso, purissimo teatro.

Riccardo Motta

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