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DOSSIER/Silvia: il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Intrighi, affari riservati, inspiegabili ritardi. Nessuno ha raccolto la notizia pubblicata da Africa ExPress secondo cui Silvia si trovava in un villaggio nel sud della Somalia. La visita di Mattarella a Doha in gennaio. Le imponenti commesse di armamenti dall’italia al piccolo Paese del Golfo alleato dell’Iran sotto embargo.

Speciale by
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta

L’Italia non ha pagato il riscatto per la liberazione di Silvia Romano. A sganciare il denaro è stato il Qatar in una triangolazione di dollari, armi, garanzie politiche e soprattutto uranio. Un intrigo che vede coinvolti, oltre al piccolo Paese del Golfo, anche Turchia, Emirati Arabi Uniti e Iran. La giovane volontaria (che, lo ripetiamo ancora una volta, va lasciata in pace dopo la sua terribile esperienza) si è trovata, suo malgrado al centro di un intrigo internazionale che l’ha costretta a restare prigioniera per 535 giorni.

Probabilmente poteva essere liberata prima, se in Italia si fosse trattato il caso con lungimiranza e saggezza. E se qualcuno avesse preso in considerazione il fatto che gli shebab non sono un gruppo omogeneo di guerriglieri con un capo e un politbureau che elabora un indirizzo politico-strategico e dà ordini e comandi. Al contrario sono entità, cioè cellule, separate una dall’altra, molto spesso senza alcun controllo: più banditi e criminali comuni che terroristi con un obiettivo chiaro. Esiste però una sorta di consiglio d’amministrazione, una specie di holding centrale che gode di una certa influenza sui gruppuscoli spersi.

Ricerche in Kenya

Subito dopo il rapimento, durante le nostre ricerche in Kenya per capire cos’era successo a Silvia, una delle fonti risponde così a una domanda di Africa ExPress sulle reali capacità dell’intelligence italiana nel Corno d’Africa: “In Eritrea, Etiopia, Libia, Somalia eravamo i più forti. La nostra rete è stata smantellata, distrutta e ora in quelle aree contano Cina, Turchia ed Emirati. Ormai il nostro ruolo è ridotto a cercare un partner collegato e chiedere di lavorare in vece nostra. Poi pagheremo il dovuto. La testa della nostra organizzazione di spionaggio è invece rivolta agli affari, cioè a  vendere armi in giro per il mondo.”

Infatti durante le nostre indagini non abbiamo incontrato sul campo nessuno degli 007 italiani. Ma la zona è piena di informatori al servizio degli americani che nella regione keniota dove è stata rapita Silvia – nei pressi di Lamu – hanno una piccola ma efficiente base militare. Vuoi che in ogni villaggio non ci sia una spia americana pronta a monitorare le mosse di eventuali terroristi?

Infatti Africa ExPress riceve una soffiata: “Silvia è tenuta prigioniera in Somalia in un villaggio nella zona alle spalle della città portuale di Kisimaio”. Invano chiediamo prove dell’esistenza in vita della ragazza, una foto, un audio, un video…Non ci passano nulla. Noi scriviamo che potrebbe essere stata portata anche nelle isole Bajuni, un arcipelago di fronte alle coste somale, o in un qualunque paesino ma siamo convinti che, a dispetto di chi giura che è morta, lei è ancora viva, altrimenti in Africa nessuno sarebbe stato in grado di mantenere segreta la notizia del suo decesso.

Senza notizie

E’ passato poco meno di un anno dal rapimento di Silvia e le autorità italiane non hanno la più pallida idea di dove sia stata portata la ragazza. E’ per questo che si trincerano dietro il più stretto riserbo: non per paura di nuocere alla sua incolumità (motivazione ufficiale) ma per due motivi. Il primo perché non sanno se sia viva o morta e il secondo per avere le mani libere nel caso di eventuali trattative, non solo sul piano finanziario (pagamento di un riscatto), ma anche sul piano politico (cessione di materiale bellico o liberazione di prigionieri).

Una camionetta carica di militari in perlustrazione

L’opinione pubblica dorme perché i giornali parlano della vicenda sporadicamente ma a questo punto, dopo la lettera di Africa ExPress a Giuseppe Conte, la notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio scorsi, qualcuno dei servizi segreti italiani si rivolge ai suoi colleghi degli Emirati Arabi Uniti che in Somalia hanno costruito una importante rete di informatori. Abu Dhabi risponde più o meno così: “Siamo in grado di cercare e trovare la giovane e vi aiuteremo, ma a patto che voi cambiate alleanza in Libia. Smettetela di appoggiare il governo di Al Serraj. Sostenete invece con noi il generale Kalifa Haftar”. Una richiesta troppo complicata e difficile per l’Italia, cambiare alleanze, soprattutto per gli affari (leggi forniture di armamenti) conclusi con Qatar, Turchia e Iran, gli alleati del presidente libico. In fondo cos’è la vita di una ragazzina in confronto al lucroso business per miliardi di euro?

Gli americani sanno in quale zona è Silvia, ma non vogliono/possono rivelarlo. Però consigliano: “Rivolgetevi ai turchi, che hanno una cospicua presenza in Somalia”. La risposta di Ankara è positiva a condizione che Roma cessi gli attacchi a Erdogan, considerato un dittatore che viola i diritti umani e sbatte in galera i giornalisti, e accresca l’appoggio a Serraj in Libia. La Turchia in Somalia ha un contingente miliare, ma la rete di intelligence è piuttosto scarsa.

Gioco internazionale

Ecco che il rapimento di Silvia entra in un gioco internazionale che merita il più totale riserbo. Gli italiani non intendono pagare alcun riscatto. Salvini è ancora molto forte (siamo prima della crisi del coronavirus) e sai la buriana che verrebbe fuori se si scoprisse che Roma ha versato milioni di dollari ai rapitori.

Si può però chiedere aiuto al Qatar, che in Somalia ha creato una notevole rete di informatori. Alleata dei turchi e degli italiani in Libia, amica dell’Iran, con cui Roma intrattiene ottimi rapporti (vedi i voli che in piena crisi sanitaria Covid-19 continuano a collegare Teheran a Malpensa) , Doha appare subito come ottimo strumento per cavare le castagne dal fuoco. E poi il Qatar ha appena ordinato a Leonardo (la vecchia Finmeccanica) materiale bellico per oltre 5 miliardi di euro e la Fincantieri deve consegnare battelli militari per quattro miliardi circa di euro. Ma c’è anche un altro piccolo, ma non insignificante, dettaglio: il generale Luciano Carta, capo dell’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna, leggi servizi segreti) dal 20 maggio prenderà il posto di presidente di Leonardo.

Miniere di uranio

E’ lui direttamente che prende contatti con Doha. Per suggellare la cooperazione con l’Italia, il presidente Sergio Mattarella a metà gennaio vola in Qatar e sul suo aereo c’è Luciano Carta. Incontrano il capo di Stato qatariota. Ma cosa chiede in cambio, tra le atre cose, lo sceicco Tamin bin Hamad al-Thani emiro del piccolo Paese arabo? Il Qatar da tempo ha messo le mani in Somalia sulle miniere di uranio presenti nelle due regioni centrali del Mudug e Galgadug (ora riunite in un’entità politica il Galmudug), abitate dal clan Haber Gidir e in particolare dal sottoclan Aer, che rappresenta la spina dorsale degli shebab.

Il Galmudug, entità politica che riunisce Mudug e Galgadug

In cambio delle mani libere sulle miniere di uranio, lo sceicco al-Thani è disposto a concedere il suo aiuto e a coinvolgere il nucleo centrale della holding Shebab (con cui ha buoni rapporti) per la liberazione di Silvia. Al-Thani conta poi sul fatto che le commesse con Fincantieri, Fimeccanica, Beretta sono in dirittura di arrivo. Gli italiani, quindi vanno aiutati senza problemi.

Affare fatto quindi e apparentemente nessuno si pone il problema di dove finirà quell’uranio una volta estratto. Il Qatar non ha centrali nucleari, né ha intenzione di fabbricare una bomba ma – unico Paese arabo – è alleato dell’Iran e Teheran è alla spasmodica ricerca del prezioso metallo, necessario a implementare per il suo programma nucleare, pacifico, come sostiene il suo governo, militare, come invece sospetta l’amministrazione americana.

In scena gli shebab

Ed è solo a questo punto che entrano in azione gli Shebab, quelli veri, non quei criminali comuni che con i terroristi hanno poco a che vedere e che tenevano Silvia prigioniera. Con loro comincia la vera trattativa condotta dai qatarioti, che non ci mettono molto a coinvolgere i leader dei terroristi i quali a loro volta convincono i loro amici a rilasciare la ragazza catturata, in cambio di un bel pacco di dollari, ma un po’ meno dei 4 milioni sbandierati un po’ da tutti in Italia.

E quando Silvia arriva a Mogadiscio, nell’enorme base dell’ONU che ospita tra l’altro anche l’ambasciata italiana, indossando un giubbotto antiproiettile con in bella vista lo stemma del vecchio impero ottomano, scatta la protesta americana e britannica:”Perché non siamo stati avvisati?” Gli americani a del punto comprendono che armamenti e uranio hanno come destinazione ultima l’Iran.

A Ciampino chi c’è all’aeroporto accanto a Silvia? Luciano Carta a prendersi i complimenti di Giuseppe Conte che è costretto a modificare il twitt con cui dà notizia del rilascio. Nel primo messaggino, infatti, il premier ringrazia l’”intelligence”  nel secondo compare la correzione: “intelligence esterna”, cioè l’AISE, l’agenzia di Carta.

Una miniera uranio

Poi per confondere le acque basta attivare il circo mediatico e non c’è di meglio che far partire un bel colloquio finto. Immediatamente dopo la liberazione di Silvia, molti  giornalisti italiani si attivano per procurarsi un’intervista dal portavoce degli shebab Ali Dehere. Mentre ad Africa ExPress il suo entourage dice che non è a Mogadiscio ed è senza telefono (cosa normale per evitare di essere individuato e centrato da un missile) a Pietro del Re di Repubblica, qualcuno concede una chiacchierata. Conoscendo Pietro e la sua correttezza, immaginiamo che sia stato ingannato: il suo interlocutore che lui crede sia Ali Dehere  sostiene di aver rapito Silvia e svela che con i soldi del riscatto comprerà armi.

Non armi ma grattacieli

L’intervista fa il pari con quello che scrivono i giornali e che si vuol far credere all’opinione pubblica, e cioè che l’Italia avrebbe irresponsabilmente permesso ai terroristi di comprare un arsenale. Nulla di più assurdo. In Somalia ci sono più armi che persone. Il Paese potrebbe vendere armi più che comprarle. Quei soldi – che comunque non sono stati versati dall’Italia – finiranno nelle cassaforti di finanzieri che a loro volta li investiranno in grattacieli, in palazzi o in interi quartieri a Londra, Dubai, New York ma anche a Roma e a Milano, dove magari coloro che hanno costruito la gogna mediatica contro Silvia andranno ad abitare, felici e sorridenti.

Succedeva con le navi sequestrate al largo delle coste somale per il cui rilascio sono stati pagati centinaia di milioni di dollari, senza che nessuno si scandalizzasse. Dove finivano? In armi? No, in grattacieli, con la complicità di lobby occidentali.

Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com
monica.mistretta@gmail.com
twitter @malberizzi @monicamistretta

Written by Massimo A Alberizzi

Massimo A. Alberizzi, inviato di guerra Corsera. Vive a Nairobi. Kenya.

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