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Timbuctù. Una Oxford africana

Timbuctù. Il suo nome richiama un luogo lontano, misterioso ed esotico. Fondata sull’ansa settentrionale del fiume Niger, a ridosso del deserto del Sahara, fu in passato un fiorente mercato di oro e di sale. Per le sue strade si incrociavano mercanti provenienti da tutta l’Africa. Fu così che nel XVI secolo, mentre in Europa fioriva il Rinascimento, divenne una delle città più ricche e potenti del continente.

Eppure, non furono le ricchezze materiali a renderla tanto preziosa, quanto un bene di inestimabile valore: i libri. Secondo quanto afferma Leone l’Africano, diplomatico e studioso del XVI secolo, “A Timbuctù ci sono molti giudici, studiosi e sacerdoti, tutti ben pagati dal re, che tiene i sapienti in grande considerazione. Vi si vedono molti libri manoscritti che costano più di ogni altra merce”.

Nella foto, in alto: un manoscritto antico del Corano

I bibliotecari ritenevano i libri un bene talmente prezioso, che non esitavano a seppellirli sottoterra in caso di pericolo, per difenderli da ladri e ribelli.

Le sue ricchissime biblioteche fecero di Timbuctù un centro di cultura islamica, tanto che si contavano all’epoca più di ventimila studenti di ogni disciplina: dal Corano alla medicina, dalla storia all’astronomia. I corsi avevano anche la durata di una decina di anni. Una vera e propria Oxford africana!

Tuttora la città è sede universitaria. All’epoca era tutta costellata da madrasa, ovvero scuole e facoltà. Le principali erano costruite attorno a Djinguereber, Sankore e Sidi Yahia, le tre moschee principali.

Moschee e minareti erano costruiti con il banco, una particolare mistura di fango, stesa sulle pareti come intonaco. Sotto il calore del sole, tuttoggi questo rivestimento si crepa, per cui periodicamente  è necessario aggiungerne uno strato nuovo. Per questo, da secoli, ogni anno gli abitanti organizzano una settimana dedicata ai restauri, durante la quale il popolo collabora ai lavori di manutenzione e festeggia. Caratteristici di queste architetture, infatti, sono dei grossi pioli sporgenti, che non sono solo decorativi, ma servono agli operai per salire e lavorare nella parte più alta degli edifici.

Timbuctù è nota anche come “città dei 333 santi”, perché nella moschea di Djinguereber vi sono numerosissime tombe di santi musulmani. Fu costruita nel XIV secolo da Musa, l’imperatore del Mali, per celebrare il suo ritorno dal pellegrinaggio a La Mecca. Durante il suo viaggio, distribuì tante ricchezze da creare nell’immaginario comune una Timbuctù costruita interamente in oro!

Luana Vizzini

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