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Mondadori. All’azienda 200 milioni e ai giornalisti cassa al 40%. Grazie a 58 Fantozzi

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Speciale by
Valerio Boni

Tutti felici in Mondadori. Al termine della votazione che ha decretato il via libera alla cassa integrazione in deroga con 58 voti favorevoli e 49 contrari (107 votanti su 115 aventi diritto) il clima è quello che si respira al party del solstizio d’estate. L’evento organizzato sul grande prato di Segrate, che perpetua la tradizione dei ricevimenti del Gran Mascalzon Lup Ma Pezz Di Merd Dottor Barambani di fantozziana memoria per i suoi sottoposti.

Felici i giornalisti, per avere fatto la cosa giusta: ridursi per 13 settimane lo stipendio di circa il 40 per cento, in modo da salvare il 60 per cento dei cinque colleghi delle due testate “sospese” (ma è più corretto dire chiuse, visto che mai arriveranno altre notizie in proposito),  ai quali sarebbe spettata una cassa a zero ore. Felici come gli italiani che il 18 dicembre 1935 hanno orgogliosamente donato l’oro alla patria, salvo poi pentirsene qualche tempo più tardi. Calcolatrice alla mano i conti non tornano, ma tant’è. Se sta bene a loro sta bene a tutti.

Soprattutto ai manager, ai quali ogni giornalista porta in dote un tesoretto di quasi due milioni di euro. Euforici per avere ottenuto una vittoria su tutta la linea, visto che nessuno ha avuto l’ardire di tentare l’arma del ricatto che sarebbe stata sacrosanta quanto temuta. I circa 200 milioni di euro di aiuti messi a disposizione dallo Stato erano infatti vincolati all’accettazione da parte dei lavoratori del piano aziendale, che in sostanza è stato recepito con lievi variazioni nei dettagli, nel pieno rispetto dei programmi dell’azienda. Che aveva già calcolato un margine di sicurezza e ridicole concessioni che la controparte si sente autorizzata a popagandare come grandi conquiste.

La prima assemblea virtuale al 100 per cento (in passato c’erano solo instabili collegamenti con voce con la redazione romana, ormai estinta) ha rappresentato l’estremo manifesto della sudditanza alla proprietà. E non sono mancati momenti di comicità, se il momento non fosse tragico, in occasione di più interventi. Il più esilarante è sicuramente quello che ha messo in dubbio la credibilità dell’ottimismo di Ernesto Mauri, espresso nel corso delle ultime assemblee dei soci. Quella visione, si dice, non è credibile. Ha vinto la linea del certo sull’incerto. “Se avessimo respinto, poi avremmo dovuto rincorrere l’azienda” sostengono Perucchini e Besana. Più verosimilmente sarebbe accaduto il contrario, invece è andato tutto secondo i piani, senza il minimo intoppo.

Avrebbero potuto non esserlo se l’azienda avesse dovuto rinegoziare l’accordo, o peggio ancora se avesse dovuto fare a meno delle ricche sovvenzioni. Ma così i conti sono salvi, e per il 2021 sarà garantito quel dividendo saltato per un soffio a causa dell’emergenza. Tutto assimilato dai giornalisti, quindi, con quel filo di speranza garantito dall’indicazione che la cassa integrazione preveda “fino” a 26 giorni in 13 settimane. Quindi è possibile che qualche direttore possa rendersi conto che non sempre sia possibile chiudere i numeri con le ore a disposizione.

Credere è lecito, come lo è sperare nella pace nel mondo o aspettare Babbo Natale la notte del 24 dicembre. Ma in che azienda ha lavorato fino a oggi chi confida in tutto ciò? Piuttosto che rinunciare all’utilizzo di tutto il risparmio possibile si ricorrerà a un vecchio espediente. Ci sono migliaia di freelance là fuori, che aspettano solo di lavorare per poche decine di euro, perciò con il 40 per cento risparmiato hai voglia di pagarne di poveracci.

Succede da tempo, anche se chi avrebbe dovuto vigilare ha sempre fatto finta di nulla, dentro e fuori. E capita naturalmente oggi. Se ne sono resi conto a Grazia, quando si sono trovati a lavorare dopo l’uscita di uno dei numeri quindicinali su un timone che per metà era già stato completato da collaboratori. Oggi si chiede massimo controllo su tutto, ma è una richiesta ipocrita, poiché si sa benissimo come andranno le cose. E l’aspetto più ridicolo è che si chieda a Oscar Camarotto e a tutta la direzione del personale di segnalare ogni possibile irregolarità. Formulare concetti simili è forse sintomo di contatto con la realtà e di intelligenza? Sarebbe come chiedere al Mostro di Firenze di pattugliare tutti i parchi pubblici della Toscana.

Gli abusivi svolgeranno in tutta tranquillità il loro sporco lavoro (nel senso di nero, non è in discussione la qualità garantita da numerosi freelance sottopagati, spesso superiore a quella di lavativi regolarmente assunti) come hanno sempre fatto, svolgendo di fatto funzioni di redattore, caposervizio e perfino caporedattore. Con la copertura del CdR e di qualche pedina corrotta all’interno dell’Inpgi, disposta a vanificare l’efficacia dei controlli in cambio di chissà cosa. Senza dimenticare che buona parte dei favorevoli all’accordo è convinta che la scelta fatta assicurerà un posto in paradiso. Che qualcuno ne terrà conto e per dimostrarlo sarà disposta anche a lavorare nelle giornate di ferie o di cassa, orgoglioso di questa scelta.

Dimostrare che le riviste possono uscire anche con meno tempo e soldi rappresenta un pericoloso precedente. Chi ha fatto questa scelta, ma soprattutto chi ha spinto a farla, si renderà contro che tra 13 settimane la Mondadori chiederà di rendere queste condizioni la norma. Si chiederà di tornare a lavorare per cinque giorni, ma non alle condizioni di prima, con quel taglio economico che era già stato prospettato. Non sarà forse del 40 per cento, potrà scendere al 35 per la magnanimità del Gran Lup Man di turno, facendo in modo che quel 5 per cento possa essere venduto ai giornalisti come una vittoria ottenuta nell’estenuante trattativa.

Comportarsi come degli zerbini non paga. Perché spinge il bullo a essere ancora più prepotente, è quello che si cerca di insegnare ai bambini. Bisogna però sottolineare un aspetto, chi ieri ha sottoscritto l’accordo non potrà assolutamente permettersi di criticare ciò che avviene in altre realtà, a cominciare da Stile Italia, la società nata tra Mondadori e La Verità. Chi si è piegato non può definire indecente la proposta di un taglio del 75 per cento richiesta a chi lavora a Starbene, che da settimanale tornerà a essere mensile, come alle origini. Se bisogna parlare di matematica, qui il rapporto è sacrosanto. Ma Belpietro è il cattivo, Mauri il santo.

Tantomeno potrà commentare la riduzione che si prospetta per i colleghi di Confidenze, TuStyle e di una parte della redazione di Panorama che già si era volontariamente tagliata la retribuzione prima della cessione. Non era forse stato detto loro che si trattava del male minore, che avrebbe garantito il futuro e blablabla? In un ambiente di lupi vivere da pecora non paga, per questo motivo è da comprendere lo stato d’animo dei 50 che hanno coraggiosamente provato a opporsi alla situazione che oggi provano, per chi ha preferito estraniarsi dalla lotta, un sentimento che solo i romani sanno esprimere in modo conciso, colorito ed efficace.

Valerio Boni
valeboni2302@gmail.com

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