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Libano- Nigeria rimpatriate 50 collaboratrici domestiche

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Cinquanta colf nigeriane sono state rimpatriate domenica scorsa dal Libano nella ex colonia britannica. Una volta arrivate a Abuja, la capitale della Nigeria, sono state messe in quarantena, secondo le norme vigenti per arginare l’espandersi della pandemia.
Molte di loro hanno subito violenze di ogni genere presso le famiglie per le quali lavoravano. Basti pensare alla giovane collaboratrice domestica messa in vendita dal suo datore di lavoro su internet per 1.000 dollari. Il suo ex capo è stato arrestato dalle autorità libanesi.
Mentre un’altra giovane, Ariwolo Olamide Temitope, ha trovato il coraggio di denunciare la famiglia presso la quale era impiegata per gravi maltrattamenti. Mahmoud Zahran, marito della padrona di casa, Feyzeh Diab è ora indagato dalla squadra investigativa criminale. Dai primi accertamenti risulta che in passato anche la Diab avesse alzato le mani contro la sua colf.
Airowlo è stata picchiata da Zahran perchè la moglie aveva accusato la ragazza di aver rubato il suo cellulare. Ridotta a una maschera di sangue, la ragazza è riuscita a scattare un selfie che ha consegnato agli investigatori.
Qualche settimana fa la Diab è stata convocata al ministero del Lavoro di Beirut e è stata messa sulla “lista nera” dai funzionari. Ciò significa che in futuro non potrà pià assumere colf straniere.
Le autorità nigeriane sono state informate di questi episodi, in particolare degli ultimi due, una lunga serie di maltrattamenti, sfruttamento e violenze nei confronti delle loro concittadine.
Julie Okah-Donli, direttore di Nigeria’s National Agency for the Prohibition of Trafficking in Persons (NAPTIP) ha detto di essere al corrente che negli ultimi due anni la situazione delle colf in Libano è peggiorata. E ha aggiunto: “Stimiamo che in Medio Oriente ci siano tra 5 e 10 mila giovani donne nigeriane. La maggior parte di esse viene sfruttata dalle famiglie per lavori domestici. Sono state portate fuori dal Paese da trafficanti senza scrupoli”.
In Libano le colf straniere non godono di nessuna protezione, sono escluse dai diritti dei lavoratori. A tutt’oggi per questa categoria viene ancora applicata la Kafala, che vincola la loro residenza legale alla relazione contrattuale con chi l’ha assunta. Ciò significa che un migrante non può cambiare impiego senza autorizzazione del datore di lavoro. Se un dipendente rifiuta, decide di abbandonare l’abitazione senza il consenso del padrone, rischia di perdere il permesso di soggiorno e di conseguenza il carcere e l’espulsione.
Un sistema che equivale a una forma di moderna schiavitù.

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Nel Paese dei cedri vivono attualmente 250.000 colf, per lo più provenienti dall’Africa sub-sahariana (Nigeria, Ghana, Etiopia e altri), ma provengono anche dall’Asia (Nepal e Filippine). Non di rado le giovani donne subiscono violenze e abusi di tutti generi, proprio perchè non sono protette da nessuna legge. In un suo rapporto di un anno fa Amnesty international aveva chiesto esplicitamente l’immediata abolizione della Kafala in Libano.
Una volta terminato l’isolamento, le ragazze saranno interrogate dai funzionari di NAPTIP, che vogliono conoscere nei dettagli la loro esperienza lavorativa in Libano.
          Cornelia I. Toelgyes

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