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Il goffo tentativo del circo mediatico di trasformare Silvia da vittima in carnefice

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Massimo A. Alberizzi

Leggere i giornali e vedere le televisioni in questi giorni sembra di piombare direttamente al festival dell’ignoranza. I denigratori di professione, quelli che al posto del cuore hanno una pietra, stanno tentando un’operazione di mistificazione, di cui ci ricorderemo per decenni. Il tentativo, per nulla nascosto, è quello di trasformare la vittima in carnefice. Quelli che fino a ieri si sgolavano chiedendo la liberazione di Silvia Romano, oggi solo perché è scesa dall’aereo con una veste islamica, accusano la ragazza di tradimento.

Questa crisi da coronavirus ci ha mutato: prima siamo diventati tutti medici, poi addirittura specializzati in virologia e abbiamo discettato con grande competenza sulle caratteristiche di questa bestia letale. Naturalmente subito dopo ci siamo trasformati in ingegneri, capacissimi di costruire un meraviglioso ospedale in una settimana, dando dell’incompetente a chi non ci riusciva.  Al momento di discutere di chi fosse il portatore del virus eccoci diventati zoologi, esperti in pipistrelli e affini. Ancora poi tutti  a dire la nostra sugli effetti del plasma dei guariti. Infine non ci è parso vero al momento della liberazione di Silvia lanciarci nella diatriba sulla sua tunica.

Un gruppo di shebab in moto

Con una sicumera che ha pochi precedenti ci siamo trasformati immediatamente tutti in giudici pronti a sputare sentenze: “Il suo vestito è uno schiaffo all’Italia che l’ha salvata”, qualcuno ha blaterato senza attenuanti.

Il massimo della cloaca è stato raggiunto da post volgari e razzisti ottenuti fotomontando immagini pubblicate da Africa ExPress che – secondo il clan dei denigratori – avrebbero dimostrato che Silvia era viva e se la spassava su una spiaggia ai bordi dell’Oceano Indiano.

Ovviamente nessuno ha riflettuto che questa meravigliosa ragazza catturata a 23 anni da un gruppo di criminali comuni ha passato in cattività 535 giorni della sua gioventù. Mentre coloro che giocano con le parole e con i fotomontaggi se la spassavano su qualche spiaggia, lei era priva della sua libertà, lontana dalla sua famiglia. Una banalità: ma per 535 giorni Silvia non ha parlato la sua lingua, l’italiano. Immaginate cosa vuol dire per la psiche di una persona.

La psichiatra Maria Laura Manzone ha spiegato bene su queste pagine quali sono i traumi e lo tsunami che deve essere passato per la testa di Silvia. Nessuno di questa gentaglia ha tentato di capire il suo gesto. Hanno preferito semplicemente demonizzarla. Secondo loro non era salita sul patibolo per essere ghigliottinata. Lei era il boia pronta a ghigliottinare.

La gogna mediatica è certamente stata innescata da una drammatica messa in scena all’aeroporto di Ciampino. Mentre tutti erano attratti dal suo chador i miei occhi erano puntati sui gorilla che l’accompagnavano. Perché erano vestiti rigorosamente di nero con passamontagna che ne celavano le sembianze? Che bisogno c’era di presentarsi così. Non potevano, loro sì, indossare un paio di jeans e una maglietta colorata? E se proprio non volevano farsi vedere per motivi di sicurezza, non potevano restare sull’aereo e scendere una mezzoretta dopo quando tutto era finito?

L’uomo che ha organizzato quella squallida coreografia, aveva deciso che si dovevano mostrare i muscoli e far vedere – come puntigliosamente sottolineato dal premier Giuseppe Conte – che i nostri servizi segreti erano stati efficientissimi e gli artefici della liberazione di Silvia. L’osanna alla nostra intelligence è stata ripresa acriticamente da tutti i media, senza che nessuno andasse a indagare se fosse giustificata o no.


Poliziotti in perlustrazione a Mogadiscio

Subito dopo lo show di Ciampino è scattata la gogna mediatica. Conte ha rubato la scena agli altri politici e si è preso il merito della liberazione? Bene dobbiamo reagire e facciamo scontare a Silvia la colpa di essere scesa dall’aereo con quel vestito. “Come ti  permetti tu ragazzina di tornare in patria conciata così? “ Abbiamo pagato un riscatto di 4 milioni di euro e tu ci insulti?”.

Smessi così i panni di medici, ingegneri, zoologi e quant’altro abbiamo indossato le toghe dei giudici. Pronti a condannare con sentenze inappellabili e senza cercare di capire cosa fosse successo.

Ha cambiato nome, ha preso un nome islamico! E’ uno scandalo, vergogna! A parte il vezzo di non farsi mai i fatti propri, la macchina del fango – come la definisce con un’immagine azzeccata Roberto Saviano – ha cominciato il suo lavoro giocato approfittando dell’ignoranza crassa dell’opinione pubblica. Se qualcuno avesse indagato avrebbe scoperto che è assolutamente normale per chi è ospite di una comunità musulmana, anche suo malgrado com’era il caso di Silvia, prendere uno dei loro nomi.

Anch’io quando sono andato a pregare in una moschea di Al Qaeda a Mogadiscio, ho dovuto prendere un appellativo islamico. Anzi da oggi, per cominciare a capire come funziona, chiamatemi come mi chiamavano li: Al Barassi,  nome giocato sul mio cognome che significa messaggero, portatore di notizie. Nomen omen.

Se avessi chiesto di portarmi un Corano sarebbero andati a comprarmelo in libreria. Come sappiamo tutti la Somalia e Mogadiscio in particolare sono piene di librerie i cui scaffali sono colmi di Corani in italiano e in inglese. Vanno a ruba.

Se avessi chiesto di imparare l’arabo sarei stato subito accontentato. Come sa chiunque abbia frequentato il Paese, in Somalia pochissimi parlano l’arabo, lingua che ha solo una lontanissima parentela con il somalo.

Siccome però i giudici in cui ci siamo trasformati sanno tutto di islamismo e di Somalia abbiamo cominciato a intasare giornali, blog, Facebook e altri social di false notizie, fotomontaggi, video. Tanto Silvia è un ottimo punching ball da utilizzare nel depravato l’agone politico del nostro Paese.

Qualche sociologo, per favore, ci aiuti a capire cosa sta succedendo. Noi di Africa ExPress, ci siamo battuti contro tutti perché Silvia fosse liberata e ora lotteremo perché sia lasciata in pace. Nello tesso tempo, poiché non ci accontentiamo delle fonti ufficiali e conosciamo bene la Somalia, il Kenya e tutto il Cormo d’Africa e le sue interferenze esterne (io stesso sono stato catturato dagli islamisti e sono stato loro ostaggio), vogliamo capire quali errori e omissioni sono stati commessi dall’Italia in questa vicenda, a cominciare dal fatto che avevamo quasi individuato i rapitori e il loro covo. Perché chi indagava ci ha messo un anno e mezzo a trovare e liberare Silvia?

A noi non interessa discutere sul suo vestito (che tra l’altro non è islamista come ci vogliono far credere, ma tagliato e cucito in una bottega “alla moda” di Hamarwyne quartiere semidiroccato di Mogadiscio vecchia; le donne della jihad usano abiti rigorosamente neri) e il perché lo sfoggiasse al suo arrivo. La storia non è questa. La storia è altra, non quella che sta sul palcoscenico, ma quella che sta dietro le quinte.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
Twitter @malberizzi

Written by Massimo A Alberizzi

Massimo A. Alberizzi, inviato di guerra Corsera. Vive a Nairobi. Kenya.

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