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Filippo Malvezzi. L’arbitro Eroe dei Due Mondi

Due ore e mezza in chat vocale con Filippo solo per gettare le basi di questa intervista, e avremmo potuto andare avanti ad oltranza. Un personaggio sorprendente quanto a determinazione, volontà, spirito di sopportazione, dedizione ad una causa. Potremmo definirlo “l’Eroe dei Due Mondi Versione Arbitro”. Garibaldi se ne andava avanti e indietro tra Europa e America in nave quando un vascello su dieci colava a picco durante la traversata. Combatteva, allacciava alleanze, organizzava rivoluzioni, pativa la fame, dormiva dove capitava e si lavava dove e quando poteva… Anche Filippo ha viaggiato in continuazione tra un continente e l’altro (e meno male che i viaggi sono un tantino più sicuri di allora) e, come Garibaldi ne ha passate di tutti i colori! Con i soldi guadagnati col sudore della fronte e non sovvenzionato da “papino” ha affrontato viaggi, dormito in macchina, sui divani di sconosciuti ospitali, ha fatto la fame e si è lavato dove e come poteva. Tutto per inseguire il sogno di tutti noi: il ring. Il ring come amante geloso, possessivo, despotico. Quello a cui bisogna sacrificare ogni cosa, il centocinquanta per cento della tua vita, del tuo tempo, della tua passione, anima, corpo, ossa, muscoli e nerbo. Ma sentiamo dalla sua stessa voce cosa è stato capace di combinare… Ciao, Filippo! Siamo felicissimi di averti con noi, quest’oggi.

Raccontaci dall’inizio la tua burrascosa avventura.

Ciao Erika, grazie nuovamente per avermi richiesto questa intervista. Immagino tu ti stia riferendo a come mi sono avvicinato al Professional-Wrestling. In questo caso non posso non citare i grandi nomi dell’allora (WWF – prima metà anni ’90) e poi quelli della WCW (fine anni ’90): da Savage a Nash, da Hogan, da Jarrett a Sting passando per i alcuni pittoreschi personaggi di secondo piano come Disco Inferno, Kiss Demon e così via. Personaggi fuori dagli schemi inseriti in un contesto che non avevo mai visto prima, fatto di azioni spettacolari, musica, luci e tutto il resto.

E quando hai scoperto di poter iniziare ad allenarti per davvero, in che scuola ti sei iscritto? Chi erano i tuoi maestri e i tuoi compagni di avventura?

Nel 2003 arrivò l’adsl a casa: da lì a poco recuperai l’ormai celebre epoca di buio televisivo e nel 2006 scoprì che c’era una palestra in Emilia dove dei ragazzi seguivano degli allenamenti di Professional Wrestling. All’epoca, per quanto ne sapessi io, non c’era nulla né a Venezia, né nella sua provincia e nemmeno in tutto il resto del Veneto. Così mi feci due conti e decisi scendere in Emilia. In quegli anni, neanche maggiorenne, i soldi a disposizione erano davvero pochi – frutto di qualche lavoretto saltuario – la scuola non permetteva grossa flessibilità e d’altra parte la distanza, sebbene per me non sia mai stata un problema, era un ostacolo non indifferente. Così scendevo alcune volte al mese, magari un po’ più di frequente nel periodo estivo. Non si contano più le “meteore” che ci mettono l’anima ma scompaiono, non solo dopo qualche annetto di show davanti a venti persone, ma anche dopo solo qualche mese o anche qualche allenamento: mi fa dunque piacere sapere che JT9 e Red Scorpion, che hanno iniziato con me, siano ancora attivi e che stiano riscuotendo consensi. Mi ricordo di loro due, al mio primo allenamento, come se fosse ieri! Conservo un ottimo ricordo di Axel Fury: è stato uno dei primi, se non il primo in assoluto, ad essersi mosso verso gli Stati Uniti per imparare da fonti accreditate. A posteriori posso dire che si nota. Neanche a dirlo, è anche lui originario di Venezia come me, ed era costretto anche lui, a fare la trottola tra varie regioni, Emilia compresa, per cercare di diffondere un po’ di conoscenza ereditata da Killer Kowalski. È un peccato che al momento sia lontano dalla scena. Dopo qualche anno scoprì che nella provincia di Vicenza c’era una palestra gestita da Psycho Mike. Anche in quel caso non era propriamente dietro l’angolo perché in verità non era a Vicenza centro, bensì in un paesello sperduto in provincia. Arrivarci era sempre un’agonia, ma comunque sempre più raggiungibile dell’Emilia. Mike, poi, è davvero in gamba, anche lui formatosi all’estero, nel Regno Unito. Per motivi personali, nell’ottobre 2011 mi sono spostato a Roma. Un paio di settimane dopo, il tempo di sistemarmi, telefonai a Mike per dirgli che lì c’era un altro gruppo di persone che si stava dedicando alle stesse cose, e che se non avesse avuto nulla in contrario mi sarebbe piaciuto continuare le attività con loro. Non ero affatto obbligato a farlo, ma mi è sembrato corretto. Credo che nel Professional Wrestling indipendente, questi piccoli gesti di correttezza, cordialità e – passatemi il termine – lealtà, siano sempre visti di buon occhio. Ad un “esterno” queste possono sembrare sciocchezze, ma un addetto ai lavori abituato a certe dinamiche capisce cosa intendo dire. A Roma mi si era aperto un mondo: mai come allora avevo trovato così tante persone, nello stesso posto, così ardentemente desiderose di fare le cose seriamente. Spesso e volentieri, negli anni precedenti, avevo trovato chi saltava l’allenamento perché era morto il gatto, chi perché non riusciva a rinunciare alla birra del fine settimana per mettere da parte i soldi, chi questo, chi quell’altro, e ogni scusa era buona. Tutto questo stando a 20 minuti dalla palestra..! Da abitante di Mestre che girava come uno scemo tra treni fatiscenti per presentarmi in orario ad allenamenti in ogni luogo, tutto questo lassismo mi aveva sempre irritato e lasciato perplesso. Lì no. Era diverso. A Roma avevo trovato persone che rispettavano fino in fondo il Professional Wrestling, e che riconoscevano la necessità di provare a raggiungere determinati standard. E c’era addirittura chi voleva provare a renderlo un lavoro a tutti gli effetti. Il famoso “piano A”, per alcuni.

Nel frattempo, che scuole hai fatto?

Ho frequentato un liceo scientifico, qui a Mestre, nella terraferma veneziana.

I tuoi, come ti avrebbero voluto? I soliti stereotipi di avvocato, medico o ingegnere? Da bambino, cosa avresti voluto fare, invece?

Quand’ero molto piccolo volevo fare il paleontologo. I miei non hanno mai sostenuto la questione Professional Wrestling. Un po’perché ritenuto pericoloso, un po’ per “credo” una sorta di stigma sociale e un po’, infine, perché effettivamente è chiaro che il Professional Wrestling non dia alcun tipo di garanzie. A loro discolpa, però, non hanno mai spinto in questa o quell’altra professione.

Hai avuto la lungimiranza di iscriverti a qualunque indirizzo di studi che potesse esserti di aiuto in vista del tuto futuro sul ring, e perfino la tua tesi di laurea era sul wrestling: vorresti parlarci di questo tuo percorso?

Mettiamola così: sentivo l’esigenza di un piano B, nel caso tutta questa storia del Professional Wrestling non fosse andata come sperato. L’idea di un piano B non mi è mai andata molto a genio, ma per prudenza ne sentivo lo stesso l’esigenza. Così realizzati che il Professional Wrestling va perfettamente a braccetto con il mondo del marketing e delle vendite. E dunque mi resi conto che studiare queste cose e lavorare in questo ambito mi avrebbe potuto fornire un piano B senza però dissociarmi troppo dal piano A. La mia tesi di laurea era uno studio sulle abitudini di consumo dei consumatori del prodotto “Professional Wrestling”. Lo scopo primario era dimostrare ad un ipotetico finanziatore, che anche a livello locale il Professional Wrestling avrebbe potuto rappresentare una fonte di introiti non da sottovalutare. Lo scopo secondario, più nobile per chi è addentro a questa particolare nicchia, era quello di dare dignità intellettuale al Professional Wrestling portandolo nell’aula magna di una sede accademica davanti a un paio di centinaia di persone

Quante lingue parli, attualmente, e dove le hai imparate?

Parlo tra le tre e le cinque lingue. Tre con una certa padronanza (italiano, inglese e spagnolo), e sto lavorando per riuscire a comunicare sufficientemente bene in altre due: tedesco e russo. Ovviamente sono italiano madrelingua. In quanto all’inglese, ho iniziato a impararlo abbastanza bene proprio grazie al Pro Wrestling: fa sorridere ma, se ci pensi bene, il lessico utilizzato è semplice e il fatto che il linguaggio del corpo sia volutamente marcato rende la comprensione molto più facile. Catchphrase ripetitive e tutto il resto, agevolano ulteriormente il compito. Da qui in poi la questione si fa interessante. Avevo capito che la seconda lingua più parlata in WWE era lo spagnolo. Così quando vidi la possibilità di partire per lavoro per il Sud America non ci pensai due volte! Lo stesso si applica al tedesco e al russo: chi ha l’occhio lungo si sarà accorto che il mercato in lingua tedesca ha un’importanza sempre maggiore, lì nel giro che conta. In quanto al russo, bè, l’espansione verso est è appena iniziata. Va detto che con il tempo mi sono appassionato sempre più alle lingue estere, e punto a imparare decentemente anche il francese e il portoghese! Per quanto riguarda i modi e i tempi dell’apprendimento, mi sono sempre arrangiato: gli strumenti per costruire una base (specie se si parla già più di una lingua) sono gratuiti o alla portata di tutti, così come la possibilità di praticarla senza per forza andare all’estero (meetup in città italiane con presenza di stranieri, skype, siti di tandem linguistici online…ecc…). Quello che fa la differenza è la volontà di utilizzare in modo costruttivo il tempo libero, di avere degli obiettivi piuttosto che dei passatempi.

Come e quando hai deciso che fosse giunta l’ora di fare la valigia e partire per l’America?

Avevo capito molto in fretta che il vero Professional Wrestling, inteso come mentalità, business e tutto il resto, è cosa da Stati Uniti. Ho dovuto aspettare anni per mettere via un sufficiente fondo cassa, nonché per sviluppare fonti di rendita online tali da avere flessibilità di orari. Ho fatto le mie ricerche online su voli convenienti e tutto il resto e sono partito immerso nello scetticismo generale di gran parte di parenti e amici, ma poco mi importava.

Nella foto, in alto: il lungo viaggio di Filippo
Nella foto, in alto: il lungo viaggio di Filippo

E una volta lì, cosa hai trovato? 

Non sto neanche a dire che la qualità della formazione fornita da Rikishi, Black Pearl e Gangrel, a cui mi ero rivolto, così come quella di altri trainer ospiti, Kizarny in primis, fosse di livelli eccezionali. Poter assorbire come una spugna dai vari nomi di spicco che si incontrano nel corso degli anni è un plus non da poco e, per ovvie ragioni, negli Stati Uniti di nomi di spicco se ne incontrano molti. Purtroppo ci sono moltissimi ciarlatani anche laggiù in Nord America, e bisogna fare attenzione a non cascarci: per ogni compagnia che offre formazione adeguata e organizza spettacoli di qualità, ce ne sono molte altre da bocciare in toto.

Quali sono i principali ostacoli con cui ci si deve scontrare, una volta lì?

La burocrazia è il primo problema con cui ci si scontra, per chi pensa di andare negli Stati Uniti.
Fermarsi negli Stati Uniti per più di novanta giorni e/o cercare lavoro in loco è proibito dalla legge. Puoi rimanere solo nel caso che:
– si abbia lì qualche parente con il doppio passaporto con cui avviare la pratica del ricongiungimento familiare
– ci si sposi un cittadino statunitense (di matrimoni combinati appositamente per sfuggire alla burocrazia ce ne sono a bizzeffe, e le autorità competenti controllano anche questo in modo severissimo).
– si riesca ad ottenere un lavoro PRIMA di partire, il che è davvero molto, molto difficile: il datore di lavoro – oltre a pagare tasse extra per un dipendente non statunitense – è tenuto a dimostrare che la persona richiesta sia in possesso di caratteristiche e competenze uniche di cui nessun cittadino statunitense è in possesso.
In tutti gli altri casi si è obbligati a non rimanere in terra statunitense per più di novanta giorni e senza poter lavorare. Unica scappatoia legale per rimanere ad oltranza: guadagnare onestamente con qualche lavoro online. In questo caso puoi operare dal tuo portatile e fatturare a clienti italiani senza che il governo federale ti bandisca dal territorio per almeno dieci anni. Ma in questo caso si fa vivo il governo italiano con le tasse… O guadagni molto bene, oppure è un problema lo stesso (soprattutto in Stati molto cari come la California).
Il secondo problema è il costo della vita di alcuni Stati: anche se mantieni uno stile di vita frugale, inteso come mera sopravvivenza, c’è da tener conto che il costo di tutto quanto è davvero elevato.
Il terzo fattore è la diversità di concepire i trasporti e le distanze.
Noi europei siamo abituati ad avere trasporti pubblici ovunque e per qualsiasi destinazione. Negli States, invece, vige il culto del privato. In alcune contee, ad esempio Los Angeles, o hai una macchina tua o non ti muovi, e le distanze sono enormi. Morale della favola: inizi chiedendo a tutti passaggi da casa ad allenamento e ritorno ma alla fine, se non vuoi che ti guardino storto come il peggiore degli scrocconi, capisci che prendere un’auto a noleggio sia la soluzione migliore. Anche perché puoi dormirci dentro e risparmiare sull’alloggio. Mi è capitato di doverlo fare per più giorni, a dire il vero.
Per contro, la benzina costa poco e se noleggi l’auto per periodi lunghi di tempo, il costo nella sua totalità diventa realtivamente abbordabile, ma è sempre una spesa extra che noi europei non diamo mai per scontata.
Ultimo ostacolo: la sanità privata. Un vero problema. Noi ci lamentiamo per i ticket e le attese dei nostri ospedali, ma il servizio sanitario di quel lato del mondo, tutto incentrato sul privato, è molto peggio. Se non sei assicurato, anche un graffio può diventare un guaio insormontabile. Figurarsi se ti dedichi al Professional Wrestling!

Nella foto, in alto: panorama all'alba dalla macchina in cui Filippo dorme
Nella foto, in alto: panorama all’alba dalla macchina in cui Filippo dorme

Chi per qualsiasi motivo non ha la possibilità di andare all’estero, che possibilità ha di diventare bravo davvero, qui in Italia?

Ho avuto la ferma intenzione e la possibilità di potermi spostare, quindi la mia opinione è scuramente di parte. Mettiamola così: al di là della qualità, in certi ambienti il processo di apprendimento è quanto meno più rapido per via del frequente numero di allenamenti settimanali.

Perché hai deciso di fare l’arbitro, piuttosto che il wrestler?

Al di là del fatto che ho una caviglia davvero malandata, trovo doveroso fare una premessa: se vuoi diventare un wrestler professionista, devi sacrificare tutto, tutta la tua vita al duecento per cento. Ma non mi riferisco solo al tempo e soldi investiti, agli allenamenti, ai km, alle giornate, settimane o mesi fuori casa. Se fai tutto questo seriamente, con il ring come unico obiettivo, non sarai più in grado di svolgere nessun altro lavoro in vita tua, perché in tutti gli anni che avrai trascorso come aspirante professionista, non avrai assimilato altre competenze spendibili nel mondo del lavoro “normale”. Tagliato fuori. Quindi devi essere consapevole che in caso di fallimento, probabilmente non riuscirai più a trovare un lavoro. Ti stai giocando tutto: o la va o la spacca. Considerato tutto questo, ho pensato all’arbitrare come un modo saggio per rimanere nel mondo del Professional Wrestling, ma con a disposizione un piano paracadute.

Cosa fa, esattamente, un arbitro, sul ring?

Dipende dal livello di preparazione. Un arbitro può limitarsi a far rispettare le regole ed essere la “cornice” dell’evento, ma può anche agire da regista, suggerire cosa fare e come comportarsi nel caso che gli atleti sul ring perdano il filo e si dimentichino come portare avanti incontro e story line. Oppure può limare qualche dettaglio: ricordare ai protagonisti di rivolgersi a un lato, a una telecamera, a una macchina fotografica e così via. Dipende molto dalla preparazione dell’arbitro stesso e dei wrestler.

Cosa non deve fare, un arbitro, sul ring?

Non dovrebbe mai arrivare sul ring con un abbigliamento inadeguato o raffazzonato. Non deve rubare la scena ai wrestler muovendosi troppo, a sproposito o distraendo il pubblico, a meno che questo non sia espressamente richiesto da chi di dovere. Naturalmente non deve essere d’intralcio, non deve impallare le telecamere e le macchine fotografiche.

In quanti altri Paesi sei stato, sempre per il wrestling?

Sono stato in Belgio, per un camp di 7 giorni tenuto da Salvatore Bellomo (ex WWF) e Joe E Legend (ex WWF/TNA) a cavallo tra Luglio e Agosto 2016. Esperienza incredibilmente formativa: troppe persone in Europa non si accorgono dalla gemma che abbiamo nel cuore del vecchio continente. Quest’ultimo è un vero e proprio old timer che ha vissuto sulla propria pelle l’epoca d’oro del Professional Wrestling, fonte inesauribile di aneddoti e consigli.

È vero che nel 2016 eri andato in Belgio per partecipare ad un seminario, ed è finita che ne hai tenuto uno tu?

Si, come ti ho detto poco fa ero lì per un breve camp, 7 giorni in tutto. Nella seconda metà della settimana Salvatore Bellomo mi chiese di spiegare ai ragazzi come interagire con l’arbitro, come utilizzarlo durante i match, altre cose collegate a questo argomento e più in generale a questioni della cosiddetta “psychology”. È tuttora una delle mie maggiori soddisfazioni.

Nella foto, in alto: durante lo stage con Salvatore Bellomo
Nella foto, in alto: Filippo durante lo stage con Salvatore Bellomo

So che sei stato convocato per un try out alla WWE. Ci racconti com’è andata?

Come puoi immaginare non posso parlarne molto… La notizia non doveva nemmeno trapelare…! Tieni presente ad esempio che Karim Brigante ed io, nonostante siamo in ottimi rapporti da ormai vari anni, siamo entrambi stati convocati me non ce lo siamo nemmeno detti! Ad ogni modo è stata un’esperienza clamorosa ed è stato bello ritrovarsi lì, dopo tutto quel tempo!

E tornando a bomba alle nostre piccole realtà, che ne pensi del panorama italiano in generale?

Penso che ci siano dei grossi problemi, ma che non siamo messi così male rispetto a quanto dicano le malelingue. Quantomeno, sarebbe giusto far sapere loro che ci sono molte altre zone del mondo, oltre all’Italia, in cui il Professional Wrestling indipendente è realmente ad un livello scandaloso, senza se e senza ma.

In Italia, qual è la federazione che ti piace di più e perché?

Tra le promotion italiane con cui ho collaborato fino a questo momento, il primo nome che mi viene da citare è la European Pro Wrestling per il suo ambiente professionale, la voglia di lavorare seriamente e la precisione. Inoltre, chi la dirige ha riposto fiducia in me fin da subito e ha continuato darmi spazio fino ad ora. Anche se il mio è un giudizio da addetto ai lavori, penso sia un marchio apprezzabile anche dagli spettatori: gli show a cui ho assistito finora sono sempre stati di ottimo livello.

Menzione speciale per la NWE, che è un vero peccato sia attualmente inattiva.

Infine ho visto recentemente nascere il progetto NOW Entertainment: ancora presto per dare giudizi, ma al netto dei budget a disposizione, le premesse mi sembrano buone.

Qual è l’atleta – o i tre atleti – che ti piacciono di più e perché?

Preferisco non rispondere, in quanto con alcuni ho lavorato più che con altri, ma il più delle volte è stata solo casualità. Non mi sento di esprimere giudizi se parecchi atleti non li conosco nemmeno. Posso dire comunque di nutrire una stima particolare per quelli che stanno cercando di arrivare a pagare le bollette grazie al Pro-Wrestling.

Quali suggerimenti ti sentiresti di dare per migliorare un pochino la situazione?

Penso che lo show inizi da quando lo spettatore entra nel sito (palazzetto, palestra, o quel che sia) a quando esce. È importante che lo spettatori respiri fin da subito l’aria di un evento fuori dal comune, ben prima dell’inizio effettivo dello spettacolo. Alcune cose, ovviamente, dipendono dai budget a disposizione. Ad esempio le luci, l’impianto audio e così via, e non ci si può fare niente. Ma per altre cose, si può fare eccome! Suggerirei di curare la cornice, inteso come tutto ciò che circonda un evento e gli fa da contorno: dall’abbigliamento di chi presenta lo show agli attire degli atleti. Far indossare agli staffers una divisa identica per tutti. Eviterei, come prima immagine, quella dell’addetto alla biglietteria vestito con una comunissima maglietta degli AC/DC e jeans strappati. La cura dei dettagli, la disposizione dei posti a sedere. Un fan “hardcore”, cioè proveniente dallo zoccolo duro dei fan del Professional Wrestling, probabilmente non ci farà caso, ma invito gli organizzatori a mettersi nei panni di una famiglia che si aspetta di andare a vedere qualcosa di unico e per certi versi “esotico” come uno show di Professional Wrestling (soprattutto in Italia). Penso sia importante che chi presenti spieghi velocemente ma in maniera incisiva le regole di un match di wrestling prima ancora di mettersi a fomentare il pubblico. Potrei enumerare vari altri dettagli che potrebbero contribuire a migliorare l’esperienza del pubblico, ma elencarli tutti ora è troppo lungo.

Quanto dovrebbe costare, secondo te, il biglietto d’ingresso per uno show in Italia?

So che tenere “alto” il prezzo del biglietto è difficile. La mia perplessità è che un biglietto sotto tot euro non aiuti a comunicare quell’effetto di “unico, raro ed esotico” che uno spettacolo di Professional Wrestling dovrebbe far scattare a prima vista. Ma è un pensiero personale ed evidentemente la realtà delle cose è un altro.

Che ne pensi di quegli atleti che combattono gratis?

Che contribuiscono a rovinare il mercato del Pro-Wrestling indipendente, già mezzo rovinato di suo.

Hai mai arbitrato qualche match con atleti famosi?

Più di qualcuno. In Italia: AJ Styles, Christopher Daniels, Carlito, Vampiro, Nunzio, Taryn Terrel, Madison Rayne, Chris Sabin, per citare i più noti.

Nella foto, in alto: Filippo arbitra Madison Rayne
Nella foto, in alto: Filippo arbitra Madison Rayne

 

 

Nella foto, in alto: filippo ha il privilegio di arbitrare wrestlers famos come Aj Styles e Christopher Daniels
Nella foto, in alto: Filippo ha il privilegio di arbitrare wrestlers famos come Aj Styles e Christopher Daniels

Come vengono  visti, i wrestler italiani, all’estero?

Penso che oltre oceano, a parte qualche eccezione, pochi sappiano che qui ci sia qualcosa. Immagino siano benvisti quelli che si comportano bene, e che siano malvisti quelli che fanno di tutto per ottenere date all’estero per poi bidonare all’ultimo senza dare spiegazioni.

È ovvio che il tuo sogno e il tuo preciso obiettivo sia la WWE e ti auguro, ovviamente, di arrivarci. Ma in caso non fosse possibile, hai un “piano B” per consolarti?

Mi consolerei benissimo dando il mio piccolo contributo al Pro-Wrestling indipendente, in primis quello italiano. Ma non sarebbe esattamente un ripiego, casomai uno dei miei obiettivi principali per quanto riguarda questo bizzarro mondo.

Che progetti hai, per il futuro prossimo e per quello remoto?

Chi vivrà, vedrà!

Grazie per essere stato con noi, Filippo, e tienici informati su dove ti si possa vedere all’opera!
Grazie a te, Erika, a tutta la redazione di Mondomarziale e un saluto a tutti!

Erika Corvo

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