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Dal mare al Teatro Ariston e ritorno, passando dal ring

C’era una volta un bambino che trascorreva l’infanzia a Grottammare nelle Marche dai nonni mentre i genitori lavoravano e li vedeva giusto nei weekend. Il piccino si chiamava Stefano e adorava il nonno, Francesco, che lo portava sempre con lui. I due facevano lunghe passeggiate insieme. L’uomo conosceva e amava il mare così profondamente che trasferì questa passione al piccolo Stefano. Gli insegnava a riconoscere il pesce fresco quando, alla mattina presto, tornavano al molo le barche dei pescatori, e a pulire i polpi che poi la nonna Antonietta cucinava così bene. Tradizioni, racconti, esperienze, gli odori e i suoni della risacca, le voci dei pescatori, la vita semplice. Qualche anno dopo, Stefano tornò al nord con i genitori, ma il mare gli rimase dentro.

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Nella foto, in alto: Stefano adolescente è già sul palco con la chitarra in mano.

Cosa c’è di meglio che ricordare i suoni amati producendone altri? Stefano decise di voler imparare a suonare la chitarra, e la storia che vogliamo raccontarvi inizia nel 2007, con la prima chitarra tra le sue mani. Aveva dodici anni. Era in gamba, aveva grinta e sapeva quello che voleva, tant’è che già l’anno dopo lo troviamo a suonare all’oratorio con una piccola band di coetanei: lui e Andrea Mastropasqua alle chitarre soliste, Simone Murru al basso, Carlo Ceino alla chitarra rimica, Simone Giudice alla batteria e Barbara d’Alessio al microfono, voce solista. Si chiamavano Hot Road e alla gente piacevano, come del resto a loro piaceva la gente. Le prove le facevano nel garage o dovunque potessero, prendevano lezioni, suonavano cover e tutto quello che gli piaceva e veniva bene, cercando di conciliare la musica con la scuola e tante altre cose. Si divertiva, anche se il mare non era che un ricordo lontano.

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Nella foto, in alto: la giovane Barbara al microfono

Stefano è bravo anche con l’inglese, e se vuoi suonare o cantare, al giorno d’oggi è un must. Tra le tante altre cose, tra gli interessi di cui si parlava prima, a Stefano piace il wrestling e trova il modo di prendere lezioni anche di quello. Qualcuno ogni mille nasce dotato per far le cose bene, qualunque cosa faccia. E lui è la mosca bianca, quello dei mille che riesce in qualunque cosa si impegni a fare.

E adesso concentriamoci sulla band e sui suoi compagni, che al mare ci torneremo dopo.

Crescendo, i ragazzi della Hot Road cambiano gusti, alcuni di loro sviluppano interessi diversi e si dedicano ad altre attività. Ci danno dentro, ma come succede a tanti, alla fine la vita li divide. Carlo Ceino trova altri interessi e abbandona il gruppo. Simone Giudice, il batterista, va a vivere a Londra. Barbara ha in testa un altro tipo di palcoscenico e si dà al teatro.

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Nella foto, in alto: il chitarrista Andy McKee, l’idolo di Steve

E allora si coglie l’occasione per cambiare un po’ tutto quanto. Anche se Stefano è fan dei Green Day si mettono a suonare roba country. Il nome della band diventa Wings Along Road e Stefano diventa Steve McKee in onore del suo idolo, il chitarrista Andy McKee. Prende lezioni anche di canto e inizia a scrivere pezzi suoi, raffinatissima musica country degna dei migliori gruppi, i testi direttamente in inglese. È Steve McKee anche sul ring, dove spesso si presenta in abiti country con tanto di cappello Stetson, e una cosa fa pubblicità all’altra: i fan del wrestling si stupiscono che sia leader di una band mentre i fan della band si meravigliano che Steve sia capace di tenere la scena anche sul ring, tra faide e acrobazie.

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Nella foto, in alto: Steve è anche un bravo wrestler

Ispira simpatia, è bravo, incuriosisce, attira attenzioni da ogni parte. Piace perché è un ragazzo semplice, schietto, diretto, affabile e amichevole. Doti rare. Per citare giusto il testo di una sua canzone: “I’m a better man because I am a country man” (trad: sono un uomo migliore perché sono un uomo di campagna). Quella semplicità che gli è rimasta dentro, che è stata coltivata con cura in un animo gentile. Steve prende altre lezioni e inizia a suonare il banjo (ma quante cose sa fare, questo ragazzo?), indispensabile per un country che si rispetti. Adesso i Wings Along Road partecipano a tutti i concorsi musicali che gli capitino a tiro. Concorsi modesti, certo, ma tutto va bene per fare gavetta, imparare come presentarsi sul palco, capire cosa piaccia al pubblico, come tenere la scena, come gestire le emozioni tutte le volte che l’ora di esibirsi si avvicina.

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Nella foto, in alto: Nicolò Morlacchi
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Nella foto, in alto: Steve McKee

E poi? Tra un concorso e l’altro, arriva l’occasione di potersi iscrivere a Sanremo Rock. E perché no? Mal che vada, si va a casa alle prime selezioni! E invece no, passano ogni turno fino ad arrivare alla semifinale che si è tenuta allo Shout, un locale di Vittuone. Oh, ragazzi! Sembrava uno scherzo, e invece passano anche la semifinale e arrivano alla finalissima, a Sanremo! Una quaresima di attesa, rinvii, rimandi e batticuore a causa della pandemia: annulleranno tutto? È solo rimandato? Non è che sfuma tutto e non se ne fa più nulla? Beh, da maggio si arriva a settembre e l’adrenalina prende il posto dell’apprensione: si va! Si parte! Destinazione Sanremo, teatro Ariston. Caricano su una sola macchina strumenti e bagagli (come abbiano fatto a farci stare tutto ce lo spiegheranno in una puntata a parte), salgono e mettono in moto. Steve è il più fortunato perché guida lui, ha un pelo in più di spazio. Gli altri, muti e rassegnazione, si adattano. Sono talmente euforici che nemmeno si lamentano.

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Nella foto, in alto: Andrea Mastropasqua
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Nella foto, in alto: Lorenzo Erialti

Ecco di nuovo il mare come contorno e protagonista. Al loro arrivo vengono alloggiati in un albergo convenzionato, e tra un’emozione e l’altra riescono anche a darsi alla pazza gioia, intesa come memorabili, incredibili serate a suonare e cantare tra band in giardino. Vista mare, ovvio. Tutti fratelli, tutti amici e chissenefrega di chi sarà il vincitore! Degni di nota gli aperitivi con arrosticini a bordo piscina, e dieci e lode a tutto lo staff, efficiente e gentile. Dieci giorni di pacchia, musica, mangiate, bevute, risate, allegria, mare… E mica solo in quell’albergo in particolare: riuscite ad immaginarvi Sanremo invasa da duecento band musicali, ognuna composta di almeno due tre elementi? Immaginatevi le note e le voci che si potessero ascoltare passeggiando per il lungomare nella dolce atmosfera delle notti di settembre. Pensate al profumo dei fiori, della salsedine, alle palme sullo sfondo del tramonto e, poche ore più tardi, dell’alba che risuona ancora di musica e risate.

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Nelle foto, in alto e a destra: Blue Beach Hotel, con vista mare.

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E poi arriva il 10 settembre. Tocca a loro. Le gambe tremano, l’adrenalina è alle stelle, ci sono le luci, le telecamere… Il pubblico scarseggia per via del covid, ma dato che le band sono duecento e ogni band ha un accompagnatore, la sala è gremita comunque. Gli strumenti sono già posizionati da staff e inservienti. Annunciano i Wings Along Road, ed ecco i ragazzi prendere posto sul palco, l’ultimo ad entrare è il nostro Steve. Se la sta facendo sotto nel vedere le poltroncine rosse che ha sempre visto soltanto in tv. È l’Ariston, è Sanremo, è la superfinalissima, una selezione d’elite ristretta a sedici band… è un sogno. È IL sogno. Il panico lascia il posto alla grande calma. Quella che arriva appena metti piede sullo stage, come ogni artista ben sa e ben conosce. Sei tu, sei lì, sei la star e sai cose devi fare: fallo. Spacca. Fagli vedere chi sei. Vai, Steve, facci sognare! Cantano Old Johnny, il loro pezzo di punta. Bellissima.

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Nella foto, in alto: i Wings Along road sul palco del teatro Ariston

È iniziato tutto con un bambino che puliva i polpi insieme al nonno. La vita ne ha fatto un wrestler e un musicista, ma alla fine l’ha riportato al mare. Lo porterà oltre, ma di quello ancora non ci è dato sapere, anche se possiamo scommettere che arriverà lontano.

No, non vincono loro, anche se sono davvero bravissimi. I vincitori sono due, i Magenta n°9 e i The Occasional. Di tutti gli altri, compresi i nostri Wings Along Road non c’è classifica, perché alla fine se sono arrivati lì vuol dire che sono tutti bravi, che sono la crème degli emergenti di tutta Italia, e dire a qualcuno che è arrivato duecentesimo sarebbe un crimine e un sogno demolito a picconate. Non si fa. Non hanno nessun diritto di farlo e, saggiamente, non lo fanno. È un concorso per incoraggiare e stimolare, non per avvilire e deprimere a morte.

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Nella foto, in alto: Steve McKee con la nostra Erika Corvo

 E il giorno dopo ci si avvia sulla strada del ritorno. Stanchi, felici, appagati, arricchiti nella loro esperienza, avranno poi mille cose da raccontare. Se all’andata ci hanno messo due ore e mezza, al ritorno ce ne mettono cinque: la stanchezza accumulata pesa e si fa sentire, ma poi passa, non fa nulla, va tutto bene. Anzi, benissimo!

Impressioni? Mah, Sanremo, racconta, non è poi così bella rispetto alle cittadine limitrofe: troppo incentrata sul festival: ogni cosa, ogni centimetro di spazio, ogni minima attività commerciale e non, è legata alla manifestazione a discapito della peculiarità dei paesini liguri. Ecco perché il festival non verrà MAI abolito, dato che l’economia di un intero paese ci vive e ci prospera, e chissenefrega se le canzoni sono più brutte ogni anno che passa. Vorrai mica creare qualche miliardo di disoccupati, vero?

Poi, il covid ha incasinato tutto anche in questa occasione: l’organizzazione che di solito è meticolosa, stavolta ha lasciato a desiderare. Tutta l’attenzione puntata sul prodotto finale e poca attenzione alle persone, alla gestione dei gruppi, alla logistica, e confusione profusa ovunque senza distinzione di ruoli e luoghi. Basti dire che durante l’esibizione, si sono accorti che il microfono di Andrea Mastropasqua, catastroficamente, non è stato cablato. Ha dovuto cantare col microfono spento, e meno male che era corista e non voce solista, figuratevi! Vabbè, tutto sommato poteva anche andare peggio e tutto l’evento avrebbe potuto venire annullato. Si fa quel che si può, e l’esibizione è venuta bene lo stesso. Il brutto della diretta.

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Nella foto, in alto: i Wings Along Road

E una volta a casa? Wow, che festa! Amici e parenti li hanno seguiti passo passo: al telefono, via web, videochat, e poi durante la diretta tv, tutti emozionatissimi. Complimenti a profusione, ma i nostri ragazzi non si montano la testa. Commenti negativi e vari haters? Ma chissenefrega! Scoppiate pure di bile per i fatti vostri, rosicate pure. Loro erano lì a realizzare un sogno. Gli haters, no. Erano sul divano a ingrassare strafucandosi di popcorn. Cavoli loro.

Per il futuro? Il futuro è già cominciato, perché Steve è volato via dal nido: ha lasciato la casa paterna e ora vive da solo, un’avvenire autonomo che inizia adesso, da uomo adulto. Con i compagni di band è già al lavoro per incidere il prossimo disco (e siamo impazienti di ascoltarlo), e poi chissà che altro gli passerà per la testa. Questa è stata solo una tappa. Appartiene già al passato, e le sole cose che rimangono, alla fine, sono la musica e il mare.

Se volete ascoltare il loro brano “Old Johnny” lo trovate a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=i0Dn5dEHBvQ

Se volete? No, che cavolo! DOVETE ascoltarlo! Magari, anche spammarlo ai vostri amici!

                                                                                                                                                  Erika Corvo

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