Non fu incuria. Non fu ignoranza. Non fu nemmeno, come si tenta oggi di raccontare con vigliacca indulgenza, “il segno dei tempi”. Fu una scelta. Fredda. Lucida. Reiterata. E i cittadini di Varese sia detto con chiarezza, con quella chiarezza che distingue la cronaca dalla complicità non furono carnefici, ma vittime. Vittime di una classe dirigente che ha scambiato la storia per ostacolo, la bellezza per intralcio, la memoria per un lusso inutile.

Nella foto in alto: parte dell’antica Piazza Porcari centro della città di Varese dove i rioni che componevano questa parte del centro storico furono devastati dal piccone demolitore per costruire Piazza Monte Grappa.
La Varese tra Otto e Novecento non era soltanto elegante: era coerente. Un tessuto urbano raffinato, fatto di quinte architettoniche armoniose, di prospettive studiate, di continuità stilistica. Quartieri interi raccontavano una storia senza bisogno di parole. L’antica Piazza Porcari oggi Piazza Monte Grappa era un organismo vivo, stratificato, autentico. Via Manzoni, Via Roma, Via Verbano (oggi Via Marcobi), Via Sacco e tante altre vie ospitavano palazzi storici, eleganti e pieni di charme, che oggi sopravvivono solo come memoria perduta. I teatri simboli di una Varese viva e colta erano luoghi centrali della vita cittadina: il Teatro Sociale (già Ducale) inaugurato nel 1791, tempio della lirica e della musica, abbattuto nel 1953; il Teatro Politeama, aperto nel 1892 come sala polifunzionale e luogo di balli e spettacoli, poi ridotto a deposito e definitivamente spento nel 2008; il Teatro Ducale, da tempo scomparso, che aveva rappresentato la prima spina dorsale culturale della città.

Nella Foto in alto: l’interno del teatro ducale fu abbellito dal pittore Baldassare Bevagna che dipinse l’interno del Teatro e l’attigua sala per le feste di danza
Lì sorgevano edifici che non erano semplici costruzioni: erano dichiarazioni di gusto, atti di civiltà, testimonianze di una borghesia colta e di un’aristocrazia che costruiva per durare, non per speculare.

Nella foto in alto: il Teatro Ducale poi Teatro Sociale di Varese come era e poi devastato dal piccone demolitore.
Poi arrivò la “modernizzazione”. E con essa, il metodo: radere al suolo per ricominciare da zero. Non restaurare. Non integrare. Non rispettare. Distruggere. Interi quartieri cancellati. Assi urbani sventrati. Prospettive spezzate. Quello che accadde a Varese non è distante, per logica e brutalità, da quanto imposto da Nicolae Ceaușescu a Bucarest: la cancellazione sistematica del passato per sostituirlo con una visione povera, autoritaria, irrimediabilmente priva di anima. Certo, qui non vi furono dittature dichiarate. Ma il risultato urbanisticamente parlando è figlio della stessa arroganza: quella di chi ritiene di poter riscrivere la città senza comprenderla

Nella foto in alto: Il bellissimo Teatro Politeama che fu anche Cinema e Salone da Ballo come avrebbe potuto essere se non fosse stato devastato dal piccone demolitore come vediamo a sinistra.
l caso del Teatro Sociale resta il simbolo, ma non è che la punta dell’abominio. Il sistema operò con metodo chirurgico: si lasciava degradare un edificio storico, lo si dichiarava obsoleto, lo si abbatteva “per necessità” e lo si sostituiva con l’anonimato. Così sparirono teatri, palazzi, intere cortine edilizie. Così vennero mutilate vie che erano corridoi di eleganza. Così Varese perse la propria identità scenografica, quella che l’aveva resa meta privilegiata di aristocratici e alta borghesia tra Otto e Novecento. Non fu solo perdita estetica. Fu perdita di senso.

Nella Foto in alto: a destra Via Vittorio Veneto con a destra il palazzo sede della Banca del Credito Varesino i due palazzi in primo piano furono distrutti dal piccone demolitore.
Si disse: era inevitabile. Si disse: era progresso. Ma il progresso non distrugge ciò che funziona. Non annienta ciò che è bello. Non cancella ciò che è identitario. Il progresso, semmai, dialoga con il passato. Qui si è fatto il contrario: si è imposto un presente senza memoria.

Nella foto in alto: Via Roma e Piazza Porcari devastate dalle demolizioni del piccone demolitore che risparmierà solo la prospettiva sinistra della Via Roma.
I varesini. Privati non solo di edifici, ma di prospettive. Di riferimenti. Di quella continuità visiva e culturale che costruisce l’appartenenza. Una città non è fatta di metri quadrati. È fatta di relazioni tra spazi, di stratificazioni, di riconoscibilità.


Nelle Foto in alto: ecco l’esterno e l’interno del Teatro del Casinò Kursal Palace di Varese che fu distrutto dai bombardamenti alleati nel 1944 che si aggiunsero ai danni che la storia architettonica della città subì.
A Varese tutto questo è stato interrotto. Chi oggi cammina per quelle vie non percorre più una storia: attraversa una frattura.

Nella foto i alto: Piazza Porcari dove non rimarrà nulla dei palazzi antichi che vi si affacciavano e della Via Verbano (attualmente Via Marcobi).
E allora resti il sogno. Il sogno che Varese possa, un giorno, riscattarsi. Che le brutture imposte al posto di quegli splendidi edifici possano essere abbattute. Che i palazzi storici, i teatri, le piazze, le prospettive perdute possano essere ricostruiti, come è stato fatto altrove in Europa: a Varsavia restaurati e riportati alla loro dignità; a Berlino simbolici e l’armonizzazione del tessuto urbano; a Budapest.

Nella foto in alto: la mappa del centro storico della città di Varese dove sono evidenziate le demolizioni in rosso gli edifici e in marrone i teatri.

