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Suijutsu. L’arte marziale dei Samurai nuotatori

Nella foto, in alto: il Suijutsu, un’arte marziale dimenticata

Quando pensiamo alle arti marziali, la nostra mente vola subito ai calci volanti del Taekwondo, alla geometrica eleganza del Karate o alle prese strategiche del Judo. Esiste però un sottomondo di discipline di combattimento così insolite da sembrare uscite dalla sceneggiatura di un film fantasy o, al contrario, da un manuale di sopravvivenza estrema. Tra le più bizzarre e affascinanti spicca senza dubbio il Suijutsu, l’antica e quasi dimenticata arte marziale dei samurai nuotatori. Il Suijutsu, letteralmente “l’arte del nuoto”, nacque nel Giappone feudale per una necessità puramente tattica. I leggendari guerrieri samurai non potevano permettersi il lusso di farsi fermare da un fiume o da un braccio di mare, né tantomeno potevano spogliarsi prima di tuffarsi. Questa disciplina insegnava quindi a combattere, difendersi e muoversi agilmente mentre si era completamente immersi in acqua, indossando la pesante armatura tradizionale (yoroi) e portando con sé spade, archi e frecce.

Nella foto, in alto: ancora la strana disciplina marziale

Cucinare, scrivere o fare nodi sono azioni quotidiane a terra, ma il Suijutsu portava l’assurdo in acqua. I praticanti dovevano imparare tecniche di nuoto speciali che mantenessero la testa e le mani completamente fuori dall’acqua. Questo serviva sia per non bagnare le corde degli archi, sia per permettere ai guerrieri di sparare con i primi moschetti giapponesi senza far bagnare la polvere da sparo. Esistevano persino stili focalizzati sul nuoto sincronizzato di gruppo per attraversare i fiumi creando barriere difensive umane contro le frecce nemiche. Oggi il Suijutsu è una rarità assoluta, preservata solo da pochissime scuole tradizionali in Giappone che lo tramandano come bene culturale intangibile. Vederlo praticare oggi offre un contrasto visivo surreale. Atleti in kimono galleggiano verticalmente sforbiciando vigorosamente con le gambe, mentre con le mani libere estraggono una katana o scagliano una freccia con un arco lungo, sfidando le leggi della fisica e della fluidodinamica. È la dimostrazione perfetta di come l’arte del combattimento possa adattarsi a contesti apparentemente impossibili, trasformando l’acqua da ostacolo mortale a perfetto ring d’esecuzione.

Eradis Josende Oberto


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