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Questa non è una biografia né un necrologio e non è nemmeno un articolo. Oltre ad essere la nostra inviata per il wrestling italiano, Erika Corvo è una scrittrice di romanzi, così ha voluto dedicare a Bruno Sammartino un brano di narrativa in cui storia, costume e tratti biografici si fondono in modo insolito. Sperando che vi piaccia, vi auguriamo buona lettura.

Eh, già: si chiamava Bruno Leopoldo Francesco Sammartino. Era nato a Pizzoferrato in provincia di Chieti il 6 ottobre 1935, quando si zappava la terra, non c’era la televisione e si aveva un vestito per la domenica, uno per tutti i giorni e, forse, un paio di scarpe. Allora si usava sempre mettere ai bambini almeno due nomi, se non tre: uno “normale”, uno più ricercato, da nobile, e uno più religioso (quanti maschi si chiamavano Maria, di secondo o terzo nome!), perché non si sa mai quale poi convenisse usare, un giorno.

Nella foto, in alto: Bruno nel pieno della forma
Nella foto, in alto: Bruno nel pieno della forma

La vita era già dura, poi arrivò anche la guerra. E il nostro Bruno Leopoldo vide morire suo fratello e sua sorella. C’erano i nazisti, in giro per Pizzoferrato: avevano occupato la zona. Sua madre prese Bruno Leopoldo per mano e fuggirono sui monti per non farsi trovare. Poi arrivarono gli americani e i nazisti se ne andarono. Dato che senza nazisti, gli americani non avevano più niente da fare, se ne andarono anche loro. Si portarono via i carri armati e le armi. Una signora italiana con la gonna sotto il ginocchio e il golfino si portò via Leopoldo insieme al papà di Leopoldo e ad una valigia di cartone, e non aveva altro da portare via. L’Italia era un cumulo di macerie, ma dove c’erano gli americani c’era da mangiare. Certo, in America il cibo non mancava, ma dovevi sudare per guadagnarti la pagnotta, e il nostro Leopoldo se la sudava lavorando nei cantieri. Allora il lavoro era durissimo, anche dodici ore filate, sei giorni, a volte anche sette giorni su sette, senza nessuna pausa e senza nessuna legge che tutelasse la sicurezza degli operai, perché c’era fame di case. Bruno aveva quindici anni, e a quei tempi a quindici anni eri già un uomo. Già grande e grosso come un orso, un Orso Bruno italiano. Un giovane Orso emigrato che tutti prendevano in giro perché non sapeva parlare l’inglese. Adesso si chiama bullismo, allora si chiamava nonnismo ed era roba da caserma, ma valeva in qualunque luogo: se ti prendevano di mira, erano cavoli amari. A meno che, in un guizzo d’orgoglio, decidessi di dare battaglia e farti rispettare. E allora Bruno Leopoldo si iscrive in palestra per diventare forte, più forte di tutti, che non lo prendessero più in giro, altrimenti gliel’avrebbe fatta vedere lui! Chissà che fatica, povero Bruno! E un giorno, un po’ per guadagnare qualche soldo in più, un po’ per mostrare a tutti che avrebbero fatto bene a portagli rispetto, per scommessa si trova a combattere contro un orangutan. Qualcuno ci ha provato, lì alla fiera, prima di lui, ma sono scappati via subito, perché una scimmia è una scimmia, se ti piglia ti ammazza, e quella pesa 90 chili! Ma se quella è una scimmia, lui è l’Orso Bruno Leopoldo Francesco. Se un tal Francesco parlava agli uccelli, Francesco Leopoldo suona le scimmie. E le suona fino a ridurle proprio male. Nessuno ha mai visto una cosa del genere. “Ma chi sei? Da dove vieni? Sai che sei forte, a combattere?” All’improvviso Bruno capisce che a combattere davanti ad un pubblico ci si possano fare dei bei soldi, più che a sudare in cantiere.  Il wrestling gli apre un mondo. Debutta nel 1959 e ci vuole poco perché bruci le tappe e diventi una superstar. Quattro anni dopo, il 17 maggio 1963 schienò Buddy Rogers e, insieme alla campanella accanto al ring, suonarono a festa tutte le campane del mondo, perché lo fece in 48 secondi, e allora il wrestling era davvero una roba seria e le cinture erano come le scarpe: ti dovevano durare una vita. Poi la televisione era ancora agli esordi anche laggiù, anche se quelli erano americani, e se avevi un passaggio televisivo diventavi famoso quanto il Presidente, se non di più. Un Bruno Leopoldo Francesco eroe nazionale, più che campione WWE. E siccome la tv ce l’avevano ancora soltanto in pochi ricconi e fortunati, agli eventi ci si doveva andare di persona. E costavano cari. Immaginatevi un match di wrestling al Madison Square Garden davanti a ventimila persone. Mica in casual come si farebbe oggi: tutti agghindati a festa, da gran sera, con le cravatte sulle camicie bianche e i pantaloni in lana con la riga, le signore coi cappellini e le collane di perle. I negri in fondo, separati.

Nella foto, in alto: Bruno e la moglie Carol
Nella foto, in alto: Bruno e la moglie Carol

Oltre che salire sul ring, il 12 settembre del 1959 Leopoldo sale anche all’altare e infila l’anello al dito di una bella signorina dai capelli cotonati alti due spanne, Carol Teyssier, come usavano le belle signorine di quegli anni: dai combattimenti con lei sono nati tre figli. Da quelli sul ring è nata una notorietà senza confini. Dovunque, tranne che qui in Italia, nel suo paese, in cui se accendi la tv, dei nazisti si parla ancora, mentre di lui non se ne è mai parlato. Invisibile. Sconosciuto. Completamente ignorato. Eppure al Madison Square Garden ha fatto il tutto esaurito centottantotto volte su duecento volte che ci ha combattuto. Praticamente ogni volta che ci andava, e nessuno ha mai saputo fare meglio. Eppure ha sollevato Haystacks Calhoun, un gigante di 280 chili. Eppure è grande e grosso come un Orso Bruno, non è facile non accorgersi che c’è. Eppure laggiù era famoso quanto Muhammad Alì, Babe Ruth o Michael Jordan. Eppure avremmo dovuto osannarlo e rendergli omaggio come si deve ad un italiano che dà lustro alla sua Terra. Qui, solo silenzio. Come se di lui ci si dovesse vergognare. Qui, del wrestling, se ne parla solo in modo brutto, quando c’è da dare addosso a qualcuno, da fare scoop cattivi che a noi fanno male in cui dicono che qualcuno era drogato e qualcun altro un criminale, e non è vero niente. Non li ascolteremo mai, questi bugiardi dell’inchiostro. Preferiamo celebrare il ricordo di Bruno Leopoldo Francesco ricordando tutto quello che di bello e di grande ha fatto nella sua vita. Torniamo a lui, allora: il titolo! Contate fino a cento. Uno, due, tre, quattro… Contate fino a mille. Contate fino a duemila. Contate fino a duemilaottocentotre. Ci si mette tanto? Sono i giorni in cui ha difeso la cintura, mantenendo il titolo. E dopo l’orangutan dell’esordio, non poteva mancare nemmeno un gorilla: in questo caso Gorilla Monsoon, più un’altra bestia, “The Animal” Steele. E tanti tanti altri avversari, tutti di fama mondiale. Ma perché fermarsi a un titolo solo quando puoi rifarlo? Quattromilaquaranta giorni come campione del mondo. Hulk Hogan ne ha contati 2185 ed è il secondo in classifica. Oltre alle cinture, dobbiamo aggiungere alla sua vita un altro nome, perché oltre che Orso Bruno è diventato anche il Leone degli Abruzzi. Già, “degli Abruzzi”, plurale, perché allora si diceva anche “Le Americhe”. Come se di Abruzzi e di Americhe ce ne fossero tante e si potesse scegliere quali Abruzzi e quali Americhe volere. E come il leone era un simbolo buono, nobile: onesto, lavoratore, volenteroso, con l’animo colmo di valori buoni come la famiglia, la rettitudine morale, e il sapere affrontare le avversità a testa alta. Come quella volta nel 1976 che si ruppe il collo contro Stan Hansen, e cercò di non farlo tanto sapere in giro perché se i suoi genitori l’avessero saputo sarebbero stati in apprensione per lui, si sarebbero preoccupati tantissimo, e lui non voleva farli stare male. Anche se all’ospedale gli rifiutarono il ricovero, perché in queste cose gli americani sono peggio dei nazisti. I nazisti uccidevano gli ebrei con metodi cruenti. Gli americani sono più sottili, uccidono i poveri e gli immigrati rifiutandosi di curarli. È solo per questo che riescono a non attirarsi le ire del mondo con questa sorta di pulizia etnica economica silenziosa. E dunque, era accaduto in maggio, e in giugno era di nuovo sul ring. Anche le vertebre rotte hanno avuto paura che si potesse arrabbiare con loro, e poi ha rifatto il match contro Hansen, perché non poteva mica lasciarlo a metà. Così ha schienato Hansen e anche le vertebre. Eppure, lui, della sua Terra si ricordava sempre e ci tornava spesso, ogni volta che poteva. In crociera per il ventennale del matrimonio, ad ogni suo compleanno, quando gli veniva la nostalgia dei dolci italiani. Lì a Pizzoferrato gli hanno eretto una statua, ma solo l’anno scorso, nel 2017.

Nella foto, in alto: la statua dedicata a Bruno, a Pizzoferrato
Nella foto, in alto: la statua dedicata a Bruno, a Pizzoferrato

Almeno hanno celebrato l’uomo, anche se del wrestling non gliene fregava niente nemmeno a loro. Hanno gemellato Pizzoferrato con Pittsburgh, ma non hanno mai gemellato il wrestling con gli altri sport. Bruno Leopoldo Francesco ha trascorso la vita viaggiando in largo e in lungo e combattendo sempre e dovunque, fino a sei match alla settimana, senza pause. Come ai tempi del cantiere, insomma. “Quando tutto cambia, niente è cambiato”, si legge ne “il Gattopardo”. Negli anni ’80 ha iniziato a salire sul ring con il figlio David, in tag team, e il 29 agosto 1987 disputò il match d’addio in coppia con Hulk Hogan contro One Man Gang e King Kong Bundy. Con una scimmia ha iniziato la sua carriera, con una scimmia l’ha terminata.

Ha dato tanto, ha dato praticamente tutto. È stato il volto pulito del wrestling. Si è sempre battuto contro l’uso di droghe, anabolizzanti, steroidi e porcherie chimiche. Ha dato al wrestling credibilità e rispetto, autenticità sportiva. Ha sempre contestato e osteggiato apertamente Vince McMahon che ha invece optato per lo sport intrattenimento, e nessuno dei due si è accorto che da duemila anni qualsiasi sport non si riduce ad altro che intrattenere il pubblico. Come se allo stadio ci si accoltellasse per spirito sportivo invece che per schierarsi per l’una o l’altra fazione al limite della guerra civile, in nome dello spettacolo. “Sport intrattenimento” equivale a “finto”, andate a spiegarlo ai gladiatori dell’antica Roma, che si sono ammazzati a migliaia per intrattenere il pubblico di Tito e Vespasiano. Non si sono parlati per decenni, Leopoldo e Vince, e poi hanno smussato gli angoli e alla fine, nell’aprile 2013, possiamo dire quasi allo scadere del tempo, Bruno Leopoldo Francesco Sammartino è stato inserito nella Hall of Fame della WWE.

Nella foto, in alto: negli states, tributi e rispetto in occasione della sua morte. In Italia, nessuno ne ha parlato
Nella foto, in alto: negli States, tributi e rispetto in occasione della sua morte. In Italia, nessuno ne ha parlato.

Era alto 178 centimetri, eppure è stato una cima più alta dell’Everest. Bisognerebbe rivedere i testi di geografia.

Pesava 120 chili, ma quei chili hanno pesato tonnellate nella vita di tutti quelli che sono saliti sul ring con lui, contro di lui e dopo di lui.

È morto a Pittsburgh mercoledì 18 aprile 2018. Aveva 82 anni e ne ha spesi sessanta per il wrestling. Alzatevi in piedi e applaudite.

                                                                                                                                                                                                Erika Corvo

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