Vi è, nell’odierno panorama del dissenso, una deriva che merita di essere osservata con attenzione – e, mi si consenta, con una certa severità. Non già per negare la legittimità della protesta, che resta pilastro imprescindibile di ogni società libera, bensì per denunciare la progressiva decadenza del linguaggio con cui essa si esprime.

Nella foto in alto un cartello con la scritta Democrazia non Autocrazia.
L’espressione “Not King Day”, adottata come emblema di contestazione contro presunte autocrazie, rappresenta un caso esemplare di tale smarrimento. Non si tratta soltanto di un inglesismo superfluo, ma di una costruzione concettualmente fallace, che rivela una sorprendente disinvoltura nei confronti della realtà politica. A quale “re”, esattamente, ci si oppone? In quali contesti contemporanei, tra quelli oggetto di critica, si riscontrano monarchie tali da giustificare una simile evocazione? La risposta, per quanto scomoda, è evidente: in nessuno di quelli presi di mira con maggiore enfasi. E qui occorre ristabilire un principio che, per eleganza intellettuale, non dovrebbe mai essere smarrito: non è la forma istituzionale, in sé, a determinare la qualità del potere. Non è la corona a generare l’arbitrio, così come non è l’elezione a impedirlo. L’autocrazia non risiede nella forma, ma nell’uso del potere. Le monarchie contemporanee nella loro grande maggioranza si configurano come sistemi costituzionali regolati, limitati, disciplinati da tradizioni istituzionali stratificate nel tempo. Il sovrano, lungi dall’essere un autocrate, è spesso figura di garanzia, priva di potere esecutivo diretto.

Nella foto in alto: Il termine autocrazia indica una forma di potere politico in cui l’autorità è concentrata nelle mani di una sola persona, senza limiti effettivi imposti da leggi, istituzioni indipendenti o controlli democratici.
Al contrario, è proprio in numerosi sistemi repubblicani che si sono manifestate le più evidenti torsioni autoritarie: concentrazioni di potere, leadership personalistiche, erosione dei contrappesi. Eppure, paradossalmente, è il “re” a essere chiamato in causa. Qui il problema non è politico, ma logico. Se si intende denunciare l’autocrazia, il termine corretto esiste ed è di limpida evidenza: “No Autocrat Day”. Una formula che colpisce il bersaglio senza indulgere in anacronismi, senza rifugiarsi in metafore improprie, senza sacrificare la precisione sull’altare della suggestione. Si dirà: è solo uno slogan. Ma gli slogan, quando diventano veicolo di massa, plasmano la percezione collettiva. E un dissenso che si fonda su premesse linguistiche errate rischia di trasformarsi in una rappresentazione confusa, se non addirittura controproducente. La mobilitazione odierna a Roma anch’essa accompagnata da espressioni estreme, come la definizione dell’Italia quale “regime di polizia” si inserisce perfettamente in questo quadro. Protestare è legittimo, doveroso persino. Ma farlo con categorie distorte significa indebolire la propria stessa posizione. Perché in uno Stato in cui è possibile manifestare liberamente, gridare allo “stato di polizia” appare, quanto meno, una forzatura. E farlo brandendo uno slogan che combatte monarchi inesistenti non eleva il dibattito: lo svilisce. Le buone maniere, che non sono un vezzo ma una disciplina del pensiero, impongono chiarezza, rigore, proprietà di linguaggio. Non si tratta di aristocratico formalismo, bensì di rispetto per la verità. E senza verità, anche il dissenso più appassionato si riduce a rumore.

Nella foto in alto: L’immagine è una perfetta rappresentazione visiva di come funziona (e come può cadere) un’autocrazia. In questo contesto, la mano gigante non è più solo un potere generico, ma diventa il Dittatore o il Regime Autocratico.
Se dunque si desidera davvero opporsi alle autocrazie, lo si faccia con parole giuste, con concetti solidi, con quella precisione che distingue la critica dalla caricatura. “Not King Day” non è solo uno slogan sbagliato. È il simbolo di un’epoca che, pur gridando contro il potere, fatica a riconoscerlo per ciò che realmente è.

