
Nella foto, in alto: la copertina di I figli dell’istante di Edoardo Albinati
C’è un momento preciso in cui l’inverno cede il passo a qualcosa di nuovo, e non è una questione di calendario, ma di atmosfera. Nelle librerie italiane, marzo si è aperto come un porto di mare, un crocevia di storie che sembrano dialogare tra loro attraverso il tempo e lo spazio, tracciando una mappa geografica e sentimentale del nostro Paese. Se la letteratura ha il compito di radiografare il presente o di riscaldare le ceneri del passato, le novità di questo mese lo fanno abbandonando ogni certezza, offrendo ai lettori un viaggio che attraversa le macerie della storia, le stanze chiuse della memoria familiare e i vicoli più oscuri della nostra provincia.
Il viaggio non può che iniziare da Sud, dove la terra trema prima ancora che sotto i piedi, dentro le anime. C’è una Sicilia sospesa e febbrile in Malotempo di Veronica Galletta, che riporta i lettori a Santafarra, un microcosmo che diventa specchio delle storture dell’Italia intera. Siamo alle soglie del 1968, l’anno del terremoto del Belice, e la scrittura dell’autrice scava nelle crepe di un territorio martoriato, dove il passato si rifiuta di passare e il futuro avanza con la violenza di una tempesta imminente. È una narrazione densa, che restituisce la voce a un luogo dimenticato prima che la terra decida di cambiare per sempre le sue geografie. Poco più in là, risalendo lo stivale fino a una Napoli piegata dai bombardamenti del 1943, Erica Cassano ci consegna con La grande sete il ritratto potente di una città senza acqua, ma febbricitante di vita. La sua protagonista, Anna, vive le drammatiche Quattro Giornate non solo come un evento storico, ma come un risveglio personale. La sua non è solo la sete fisica che attanaglia i vicoli napoletani, ma un disperato e vitale bisogno di indipendenza e di futuro che la spinge a cercare la propria strada tra le macerie della guerra.
Ma marzo è anche il mese in cui i legami di sangue mostrano le loro spine più acuminate, e la casa si trasforma da rifugio a trappola. Lo sa bene Alice, la sedicenne protagonista de L’estate che ho ucciso mio nonno di Giulia Lombezzi. Con una prosa schietta e affilata, il romanzo mette a nudo la convivenza forzata con un nonno appena rimasto vedovo, scardinando il dogma dell’affetto familiare dovuto per legge. Lombezzi esplora con precisione chirurgica il dolore dei sedici anni, quell’età di mezzo in cui ogni stanza sembra troppo stretta e ogni segreto troppo pesante, lasciando cicatrici destinate a non rimarginarsi. C’è un’eco di questa complessità relazionale anche nelle pagine di Edoardo Albinati, che con I figli dell’istante ci trascina in un’indagine ipnotica sull’inquietudine maschile. Seguendo le traiettorie tese di due uomini in crisi – uno in fuga da Milano verso il Sud per il servizio militare, l’altro intrappolato in un matrimonio che va a rotoli – Albinati fotografa quel preciso millesimo di secondo in cui una vita devia dal suo corso prestabilito, oscillando tra la caduta e il riscatto.
Mentre la grande storia e i drammi intimi si consumano, la letteratura di genere rivendica il suo spazio con la forza della grande narrazione popolare. Per chi cerca il brivido dell’indagine, i maestri del giallo italiano non hanno deluso le aspettative. Piergiorgio Pulixi è tornato a popolare le librerie con le atmosfere avvolgenti di Se i gatti potessero parlare, riportando in scena l’amatissimo libraio Marzio Montecristo e il suo insolito club di lettura. Questa volta l’indagine si tinge di sfumature ancora più intime e ironiche, dove i felini di casa non sono semplici comparse, ma testimoni silenziosi dei vizi umani. Nelle stesse settimane, le strade di Bari sono tornate a vibrare grazie a Gabriella Genisi e alla sua irresistibile Lolita Lobosco in Una questione di soldi. Il ritrovamento del cadavere di una direttrice di banca nel quartiere murattiano trascina la vicequestore in un groviglio di apparenze, dove il denaro e il potere si intrecciano ai sentimenti più abietti.
Riccardo Motta
Questo inizio di primavera letteraria ci ricorda che la forza del romanzo italiano risiede proprio nella sua diversità: dalla densità lirica della memoria storica alla precisione geometrica del noir, gli scrittori e le scrittrici sembrano aver risposto a un unico, grande bisogno. Quello di non guardare altrove, ma di affondare le mani nella complessità del nostro vissuto, lasciando che siano le parole – e solo quelle – a fare luce nel buio.

