
Nella foto, in alto: il Collegio Romano, sede del Ministero della Cultura a Roma
C’è un silenzio strano che attraversa le piazze italiane, una penombra invisibile che non fa rumore ma che sta svuotando i luoghi dell’anima. Se si passeggia per una qualunque città in questo 2024, si nota che le saracinesche dei cinema restano abbassate e le vetrine delle librerie faticano ad attirare lo sguardo. Non è solo un’impressione nostalgica, è il ritratto di un Paese che sta progressivamente disimparando a frequentare la propria bellezza. I dati dell’Annuario Statistico Istat fotografano una realtà spietata: ben 6 italiani su 10 non hanno letto nemmeno un libro nell’ultimo anno, e il 72,9% della popolazione ha smesso del tutto di sfogliare un quotidiano. La carta stampata, che un tempo accendeva i dibattiti nei caffè, sembra ormai un cimelio d’altri tempi.
Questa penuria di stimoli non risparmia i luoghi dove la storia è scritta nella pietra. Nonostante l’immenso patrimonio che ci circonda, il 65,2% dei cittadini non ha varcato la soglia di un museo o di una mostra negli ultimi dodici mesi, e la percentuale sale addirittura al 68,2% se si parla di siti archeologici o monumenti. Camminiamo sopra millenni di civiltà, eppure la maggior parte di noi preferisce guardare altrove. È un distacco che si nutre anche di difficoltà economiche, certo, ma che rivela soprattutto un’apatia profonda, un’abitudine al disimpegno intellettuale.
Il dramma più grande si consuma però tra i più giovani, lì dove la povertà economica si salda in un abbraccio tossico con quella educativa. Nel 2024, un milione e 283mila minori si trovano in condizioni di povertà assoluta, un dato che si traduce quasi automaticamente in un isolamento culturale precoce. Senza i mezzi per comprare un libro, per andare a teatro o per frequentare un corso di musica, migliaia di ragazzi crescono in un deserto di opportunità. Non a caso, l’Italia continua a detenere un triste primato europeo: il 15,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni rientra nella categoria dei Neet, ragazzi che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in alcun percorso di formazione. Sono ragazzi sospesi, lasciati ai margini di una società che non riesce a offrire loro le parole per immaginare un futuro diverso. L’impoverimento culturale del 2024 non è una crisi passeggera, ma una lenta e progressiva emorragia di pensiero che rischia di lasciarci più poveri, più soli e decisamente meno capaci di capire chi siamo.
Riccardo Motta

