
Nella foto, in alto: la copertna di M. La fine e il principio di Antonio Scurati
Il risveglio di aprile porta con sé una fioritura letteraria che scava nelle radici della memoria collettiva e personale, confermando come la narrativa italiana contemporanea sia più che mai un organismo vivo, capace di muoversi tra i grandi traumi della Storia e le crepe invisibili della quotidianità. Le novità che affollano gli scaffali in queste settimane non cercano la distrazione, ma scelgono la via del confronto diretto con il tempo, offrendo al lettore sguardi d’autore che spaziano dal compimento di epopee monumentali a sorprendenti esordi poetici. Il baricentro ideale di questa stagione editoriale è indubbiamente rappresentato dal ritorno di Antonio Scurati, che con M. La fine e il principio giunge all’atto conclusivo della sua straordinaria e premiatissima saga documentaria. Al centro della narrazione si stagliano gli ultimi seicento giorni di Benito Mussolini e il crepuscolo della Repubblica di Salò, in un affresco potente che culmina nei giorni drammatici della Liberazione del 1945. La scrittura di Scurati si fa qui spietata e chirurgica, restituendo non solo la fine di un dittatore, ma il ritratto di un Paese lacerato dalla guerra civile, offrendo una riflessione quanto mai necessaria su chi siamo stati proprio nei giorni in cui si celebra l’ottantesimo anniversario di quegli eventi.
A questa narrazione corale della grande Storia fa eco, con un registro intimo e inaspettato, il debutto nella narrativa di Antonio Albanese con La strada giovane. L’attore e regista si rivela un narratore teso e di straordinaria tenerezza, ispirandosi a una vicenda drammatica radicata nella propria memoria familiare. La storia segue le vicende di Nino, un giovane panettiere siciliano la cui vita viene stravolta e spezzata dagli eventi successivi all’8 settembre 1943, quando viene catturato dai tedeschi. Albanese abbandona ogni maschera comica per consegnare al pubblico un protagonista struggente, capace di incarnare la dignità e la sofferenza degli invisibili schiacciati dagli ingranaggi della guerra.
Mentre il passato storico reclama il suo spazio, altri autori scelgono di esplorare le stanze più private della psicologia umana e i labirinti dei legami di sangue. Veronica Raimo torna a scardinare le ipocrisie familiari con Sabbie mobili. Onora il padre e la madre, un romanzo che declina il celebre comandamento biblico attraverso la lente di un’ironia tagliente, a tratti surreale. Raimo racconta un’infanzia sospesa tra l’assurdità di un amore soffocante e il senso di abbandono, costruendo una vicenda che inquieta e commuove al tempo stesso. Sulla stessa scia di scavo interiore si muove Teresa Ciabatti con Donnaregina, un’opera densa e magnetica che si addentra nelle zone d’ombra dell’ossessione e delle fragilità umane, confermando la capacità dell’autrice di mettere a nudo i desideri più inconfessabili senza concedere sconti o facili consolazioni.
Non manca, infine, la grande tradizione del noir e del poliziesco italiano, che ad aprile ritrova alcuni dei suoi maestri più amati, capaci di usare il genere come pretesto per esplorare la società contemporanea. Carlo Lucarelli torna in libreria con Almeno tu, trascinando nuovamente l’ispettore Grazia Negro in un’indagine claustrofobica che si mescola inevitabilmente con i fantasmi del suo stesso passato. Negli stessi giorni, le atmosfere si fanno più ironiche e metropolitane con Il tallone da killer di Alessandro Robecchi, che riporta in scena il suo disincantato Carlo Monterossi in una Milano dai contrasti stridenti, dove la commedia umana e il crimine si sfiorano continuamente, dimostrando come la letteratura di genere sia oggi uno dei modi più lucidi per fotografare le nostre contraddizioni.
Riccardo Motta

