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La scuola sospesa. Tra l’illusione del futuro e le macerie del presente

Nella foto, in alto: Palazzo Leonori a Roma, sede del MIUR

C’è un’immagine che più di tutte racconta la scuola italiana nel 2024, ed è quella di una Lim, una modernissima lavagna interattiva multimediale acquistata con i fondi europei, appesa a una parete da cui si stacca l’intonaco. È il paradosso di un sistema educativo che viaggia a due velocità, sospeso tra le promesse di digitalizzazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e le fragilità storiche che, quest’anno, sono emerse con la violenza di un’emergenza non più rimandabile.
I dati diffusi dagli osservatori e i rapporti internazionali come quello dell’OCSE delineano un quadro impietoso. Il primo, grande ostacolo rimane quello strutturale. L’edilizia scolastica è stata definita una vera e propria urgenza nazionale: le cronache degli ultimi mesi sono costellate da episodi di crolli di calcinacci e cedimenti soffitti, specchio di un patrimonio immobiliare vecchio, in cui oltre la metà degli istituti è priva di agibilità. Nelle stesse aule dove mancano riscaldamenti adeguati e connessioni internet stabili, si sperimenta ancora il fenomeno delle “classi pollaio”, contesti sovraffollati che rendono la didattica un esercizio di resistenza quotidiana sia per gli studenti che per i docenti.
A questa precarietà fisica si affianca una precarietà umana che ha ormai superato i livelli di guardia. La gestione del personale docente nel 2024 ha registrato le solite, croniche partenze a rilento. Nonostante le riforme e le nuove procedure di reclutamento, la macchina burocratica ha faticato a coprire le cattedre all’inizio dell’anno scolastico, lasciando migliaia di posti scoperti, in particolare nelle materie scientifiche (STEM) e sul sostegno. Il risultato è un esercito di quasi 250 mila insegnanti precari, costretti a cambiare sede ogni anno, a scapito della continuità didattica. Questo scenario alimenta un malessere profondo: l’Osservatorio sul Benessere dei Docenti segnala che quasi la metà degli educatori è a rischio burnout, schiacciata tra stipendi tra i più bassi d’Europa e un carico burocratico opprimente.
Ma il fallimento più doloroso della scuola del 2024 è quello sociale. Quella che dovrebbe essere la più grande infrastruttura di mobilità sociale del Paese si sta riscoprendo iniqua. Il rapporto OCSE Education at a Glance evidenzia come l’estrazione socioeconomica della famiglia d’origine sia ancora il fattore determinante per il successo formativo: oltre il sessanta per cento degli studenti provenienti da contesti svantaggiati ottiene risultati inferiori alla media. L’Italia resta ai vertici europei per abbandono scolastico precocissimo e per il numero di NEET, i giovani che non studiano e non lavorano. Il divario non è solo sociale, ma anche territoriale, con un divario netto tra Nord e Sud nelle competenze fondamentali. Le prove Invalsi confermano che la metà dei maturandi finisce le scuole superiori senza raggiungere un livello di sufficienza in italiano e matematica.
Questa pressione per la performance, unita alle carenze strutturali di un orientamento che non riesce a dialogare con il mondo del lavoro, sta presentando il conto psicologico più salato proprio ai ragazzi. Le indagini sulla salute mentale tra i banchi parlano di una “generazione ansia”: circa la metà degli studenti soffre in modo ricorrente di disturbi legati allo stress da voto e alla paura del fallimento.
La scuola del 2024 si trova dunque a un bivio storico. I massicci investimenti del PNRR stanno portando laboratori avanzati e schermi touch in ogni classe, ma la tecnologia da sola non basta a coprire le crepe di un sistema che ha bisogno di cure radicali. Senza un intervento strutturale sulla stabilità dei docenti, sulla sicurezza degli edifici e sulla capacità di includere chi parte da indietro, il rischio è quello di finanziare una scuola bellissima da vedere, ma drammaticamente vuota da vivere.

Riccardo Motta

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