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La popolarità mediatica della ADHD… oggi da patologia parrebbe quasi una “moda”

L’Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder (ADHD) è diventato uno dei temi più discussi del momento, sollevando un acceso dibattito tra diagnosi reali e trend passeggeri. Scorrendo i feed di TikTok o Instagram, è quasi impossibile non imbattersi in video in cui creator e professionisti elencano i sintomi del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. Smarrimento di oggetti, tendenza a procrastinare e facilità di distrazione vengono spesso presentati come prove inconfutabili di una neurodivergenza. Questo fenomeno ha generato una diffusa percezione pubblica: l’ADHD oggi parrebbe quasi “di moda”. Ma cosa si nasconde davvero dietro questa esplosione di contenuti e diagnosi? L’ecosistema digitale ha stravolto il modo in cui le persone si approcciano alla salute mentale. I video brevi e altamente personalizzati dagli algoritmi creano una forte identificazione emotiva. I contenuti online tendono a banalizzare l’ADHD, focalizzandosi su tratti comuni come la distrazione o l’irrequietezza. Inoltre, l’uso massiccio di smartphone e notifiche riduce la capacità di concentrazione collettiva. Molti scambiano questo sovraccarico cognitivo da stile di vita digitale con un disturbo neurobiologico innato, e i test online privi di validità scientifica spingono migliaia di utenti verso l’autodiagnosi.

Definire l’ADHD una semplice moda significa però ignorare un enorme progresso della medicina diagnostica. Per decenni, questa condizione è stata considerata una prerogativa esclusiva dei bambini maschi e iperattivi. Le bambine manifestano spesso la variante disattenta dell’ADHD, che si traduce in sogni a occhi aperti e disorganizzazione interna anziché in un disturbo della condotta in classe. Molte donne hanno quindi superato l’adolescenza accumulando ansia, depressione e burnout, scoprendo la vera causa delle loro sofferenze solo in età adulta. Studi pubblicati di recente confermano che, nonostante il forte incremento di certificazioni nell’ultimo decennio, l’ADHD rimane ampiamente sottodiagnosticato nella popolazione adulta a livello globale. Esiste un confine netto tra la stanchezza quotidiana e la patologia. La distrazione comune è legata a stress, sonno insufficiente o abuso di schermi, è temporanea e gestibile cambiando abitudini. L’ADHD è invece una condizione neurobiologica presente fin dall’infanzia, con una componente ereditaria dell’ottanta per cento, che compromette in modo cronico la carriera, le finanze e le relazioni. La diagnosi richiede un processo clinico lungo effettuato da équipe specializzate, non un’autovalutazione basata sulle sensazioni del momento.

La popolarità mediatica dell’ADHD porta con sé un doppio binario. Se da un lato ha ridotto lo stigma sociale, permettendo a molte persone di chiedere aiuto senza vergogna, dall’altro rischia di sminuire la gravità di una condizione fortemente invalidante. Chi soffre realmente di ADHD non sperimenta una caratteristica bizzarra, ma deve fare i conti con una reale disfunzione esecutiva del cervello. La sfida odierna della comunità scientifica consiste proprio nel filtrare il rumore dei social network, garantendo l’accesso alle terapie a chi ne ha reale bisogno ed evitando la trappola della medicalizzazione di massa della normale disattenzione umana.

Eradis Josende Oberto


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