
Ci sono luoghi nel mondo che non si limitano a essere visitati, ma chiedono di essere ascoltati. Capo Verde, un arcipelago di dieci isole vulcaniche adagiate nell’Oceano Atlantico a circa 500 chilometri dalle coste del Senegal, è uno di questi. Qui la terra è aspra, plasmata dal fuoco dei vulcani e dal vento del deserto, ma l’anima del suo popolo è di una dolcezza disarmante, racchiusa in una parola intraducibile che è il vero manifesto di questo Paese: la morabeza.
La morabeza è l’arte dell’accoglienza capoverdiana. Non è solo ospitalità, è un’attitudine profonda, un sorriso spontaneo che accorcia le distanze, la generosità di chi apre la propria casa allo straniero facendolo sentire parte di una comunità. È il collante di un’identità culturale straordinaria, nata dall’incontro – spesso doloroso, legato alla storia della tratta degli schiavi – tra l’Europa e l’Africa. Un crocevia creolo dove l’influenza portoghese si fonde indissolubilmente con le radici africane.
Se la morabeza è lo spirito di Capo Verde, la musica ne è la voce. Non esiste angolo dell’arcipelago in cui non risuoni una nota. È una necessità quotidiana, un modo per raccontare la storia di un popolo segnato dall’isolamento e dall’emigrazione. La morna, il genere musicale più celebre, dichiarato Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO, è la colonna sonora di queste isole. Resa immortale dalla voce malinconica di Cesária Évora, la “diva a piedi nudi”, la morna canta la sodade: quel sentimento tutto capoverdiano di nostalgia, di desiderio per la terra lontana e di dolore per il distacco.
Ma Capo Verde sa anche ballare a ritmi travolgenti. Basta spostarsi nelle piazze di Praia o di Mindelo per farsi rapire dalla funaná o dal batuque, ritmi percussivi e sensuali che richiamano l’Africa più profonda, dove il corpo diventa strumento di liberazione e di festa.

Questa stessa fusione si ritrova a tavola. La cucina capoverdiana è semplice, legata ai frutti della terra e del mare, ma ricca di sapore. Il piatto nazionale è la cachupa, uno stufato a base di mais, fagioli, manioca, patate dolci e, a seconda delle varianti (e delle possibilità economiche), carne o pesce. È un piatto che richiede ore di preparazione, un rito collettivo che unisce le famiglie, soprattutto la domenica. E per chiudere il pasto, non manca mai un bicchiere di groque, il forte distillato locale ricavato dalla canna da zucchero, o un liquore al caffè.

Nella foto, in alto: donna capoverdiana
Ogni isola dell’arcipelago custodisce una sfumatura diversa di questa cultura. C’è l’eleganza coloniale e intellettuale di São Vicente, considerata la capitale culturale; c’è la maestosità selvaggia di Fogo, dove la vita scorre all’ombra di un vulcano attivo e la terra nera regala un vino sorprendente; e ci sono le distese di sabbia dorata di Sal e Boa Vista, dove il tempo sembra essersi fermato.
Capo Verde oggi guarda al futuro con orgoglio. È un Paese che, nonostante le scarse risorse naturali, ha saputo costruire una democrazia stabile e una società pacifica. La sua vera ricchezza non si estrae dal sottosuolo, ma risiede nella resilienza e nella creatività della sua gente. Un popolo che ha saputo trasformare la nostalgia in poesia, e l’isolamento in un abbraccio universale.
Tiziana Giglioli

