
Nella foto, in alto: la locandina del film It Was Just an Accident, vincitore della Palma d’Oro
C’è un momento preciso in cui le luci della Croisette smettono di essere una sfilata di vanità e diventano lo specchio del mondo. Accade quando il cinema smette di compiacersi e torna a rischiare, a graffiare. Quest’anno, il Festival di Cannes ha consumato il suo atto finale sotto il peso di un paradosso straordinario: celebrare la massima libertà espressiva dentro il rigore di storie private, compresse, ferite dalla Storia.
Il verdetto della giuria guidata da Juliette Binoche non ha cercato il compromesso, ma la carne viva dell’attualità. La Palma d’Oro assegnata a It Was Just an Accident di Jafar Panahi è un frammento di miracolo civile prima ancora che artistico. Per un regista che ha scontato il carcere e il divieto di espatrio dal regime di Teheran, calcare quel palco e stringere il premio più ambito è un’immagine che rimarrà impressa nella memoria del festival. Il suo film, un thriller politico tesissimo che scaturisce da un banale incidente stradale per esplorare il dramma intimo di una coppia, della loro bambina e dello spettro della tortura, si muove costantemente sul filo dell’assurdo e del dolore. “La cosa più importante è il nostro Paese e la sua libertà”, ha scandito il regista, ricordando a una platea in abito da sera che le immagini, a volte, sono l’unica arma rimasta contro il silenzio.
Se la Palma d’Oro ha guardato all’Oriente profondo, la spina dorsale del concorso ha trovato la sua linfa vitale nelle contraddizioni dell’Occidente e del Sud del mondo. Il Brasile degli anni Settanta, stretto nella morsa della dittatura militare, ha preso vita in The Secret Agent di Kleber Mendonça Filho. Il film ha fatto incetta di applausi e riconoscimenti, portando a casa il premio per la miglior regia e incoronando un monumentale Wagner Moura come miglior attore nei panni di uno scienziato che tenta disperatamente di ricostruire i pezzi della propria esistenza. Poco distante, la melodia malinconica del Nord Europa ha risuonato grazie a Joachim Trier, che con il suo Grand Prix a Sentimental Value ha confermato la sua straordinaria capacità di mappare i sentimenti umani, le fragilità e il tempo che scorre, regalando al pubblico una magnetica Elle Fanning.
Ma Cannes vive anche di scoperte folgoranti, quelle che nascono lontano dai grandi budget e dai nomi di cartello. La vera rivelazione di questa edizione è il volto di Nadia Melliti, premiata come miglior attrice per The Little Sister di Hafsia Herzi. Scovata durante un casting di strada a Parigi, Melliti interpreta una ragazza franco-algerina all’ultimo anno di liceo che si prepara a studiare filosofia all’università, divisa tra la scoperta della propria omosessualità e il profondo rispetto per la fede islamica della sua famiglia. Una performance pudica e dirompente, capace di oscurare le dive più blasonate arrivate sulla Costa Azzurra.
C’è stato spazio per il ritorno dei maestri della realtà, come i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, premiati per la miglior sceneggiatura con Young Mothers, uno sguardo asciutto e privo di retorica su un gruppo di giovanissime ragazze madri in un centro d’accoglienza, e per l’audacia visiva del trentacinquenne cinese Bi Gan, che con il Premio Speciale a Resurrection ha trascinato il pubblico in un’epopea fantasy e poetica dove un uomo si ritrova a sognare in un mondo che ha smesso di farlo. Il Premio della Giuria, sdoppiato in un ex aequo, ha celebrato la diversità di linguaggio unendo l’ipnotico Sirât di Oliver Laxe al rarefatto dramma tedesco Sound of Falling di Mascha Schilinski.
Mentre le ultime auto blu lasciano il Palais des Festivals, resta la sensazione di un’edizione che ha deliberatamente scelto di non voltare la testa dall’altra parte. Dalla prima Palma d’Oro a un film iracheno, andata a The President’s Cake di Hasan Hadi nella sezione Caméra d’Or, fino ai cortometraggi di protesta, il cinema di quest’anno ha dimostrato di essere tutt’altro che una macchina nostalgica. Ha spento i riflettori sui vestiti, riaccendendoli sull’uomo.
Riccardo Motta

