
Nella foto, in alto: David Lynch
Il mondo del cinema si è svegliato orfano della sua mente più enigmatica e visionaria. Ieri, giovedì 16 gennaio 2025, a soli quattro giorni dal suo settantanovesimo compleanno, si è spento a Los Angeles David Lynch. Il leggendario regista e sceneggiatore statunitense, che da tempo combatteva contro un grave enfisema polmonare aggravatosi improvvisamente nelle settimane precedenti, ha lasciato un vuoto incolmabile. Ad annunciarlo è stata la famiglia con un messaggio struggente e intriso della tipica filosofia lynchiana: «C’è un enorme buco nel mondo ora che non è più con noi. Ma, come avrebbe detto lui: “Guarda la ciambella, non il buco”».
Nato a Missoula il 20 gennaio 1946, Lynch ha trascorso l’intera carriera a squarciare il velo della normalità borghese americana per mostrare le pulsioni inquietanti, grottesche e surreali che si muovono nel profondo dell’animo umano. Il suo debutto nel lungometraggio avviene nel 1977 con Eraserhead – La mente che cancella, un’opera in bianco e nero claustrofobica e ipnotica che lo impone subito all’attenzione della critica come un autore unico nel suo genere. La consacrazione a Hollywood arriva però tre anni più tardi, nel 1980, con il toccante e magistrale The Elephant Man, pellicola che riceve ben otto candidature agli Oscar e dimostra la sua capacità di unire il rigore formale a una sensibilità emotiva devastante.
Il viaggio di Lynch nei territori dell’ossessione e del perturbante prosegue nel 1986 con Velluto blu, un thriller psicologico che esplora il torbido sottomondo nascosto dietro le staccionate bianche della provincia americana. Il successo planetario si sposta poi sul piccolo schermo all’inizio degli anni Novanta, quando insieme a Mark Frost crea un vero e proprio fenomeno culturale: la serie televisiva I segreti di Twin Peaks, andata in onda tra il 1990 e il 1991, che rivoluziona per sempre il linguaggio della serialità e incolla milioni di spettatori alla sedia con l’interrogativo diventato generazionale: “Chi ha ucciso Laura Palmer?”. Nello stesso periodo, sul fronte cinematografico, solleva la Palma d’Oro a Cannes con il folle e romantico Cuore selvaggio.
Il nuovo millennio si apre per il regista nel segno del suo capolavoro definitivo. Nel 2001 esce nelle sale Mulholland Drive, un labirinto neo-noir ambientato in una Hollywood spettrale e onirica che gli vale il premio per la miglior regia al Festival di Cannes e una nomination agli Academy Awards, e che viene costantemente votato dalle riviste specializzate come uno dei film più importanti del ventunesimo secolo.
Lynch non è stato solo un regista; è stato un pittore, un musicista, un fotografo e un esploratore dei sogni che ha rifiutato la linearità narrativa per parlare direttamente alla pancia e all’inconscio dello spettatore. Con la sua scomparsa si chiude un’era di totale libertà creativa, ma le sue immagini ipnotiche, le sue stanze foderate di velluto rosso e le sue melodie sospese nel tempo continueranno a fluttuare per sempre nel cinema del futuro.
Riccardo Motta

