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Tutto è bene quel che finisce bene. Saetta Nera, un ballerino caraibico sul ring.

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SAETTA NERA – EMANUELE FUCILE TELLOLI

 

Eccoci qui con un altro personaggio eccezionale. Porta sulle spalle una vita difficilissima, eppure riesce a raccontarla e a parlarne con una semplicità disarmante, come se fosse facile viere situazioni di questo tipo, come se fosse tutto normale. Un ragazzo da ammirare sotto tutti i punti di vista. Come abbiamo spesso detto e ribadito, non ci interessa un fico secco di quante cinture e quanti titoli abbiano vinto sul ring i nostri beniamini perché il combattimento senza respiro, le vittorie vere, sono fuori dal ring, nella vita reale. E se non vinci lì, allora, sul ring, non hai le palle nemmeno per salirci.

Ciao, Saetta! Di nomi ne hai un elenco intero, più lungo delle Pagine Gialle. Cominciamo col dire che per l’anagrafe ti chiami Emanuele. Tua mamma ti chiamava Manù e i tuoi fratelli Manuel. Di cognome ti chiamavi Telloli, poi hai dovuto chiamarti Fucile e ora ti chiami legalmente Fucile-Telloli. Noi ti chiameremo Saetta, perché è così che ti abbiamo conosciuto.

La tua vita è un romanzo. Vuoi raccontarci tutto quanto, cominciando dal principio?

Nella foto, in alto: il piccolo Emanuele
Nella foto, in alto: il piccolo Emanuele

Buongiorno a tutti, io sono Manuel, ho 26 anni e sono nato a Parma l’8 gennaio del 1992. La mamma napoletana, casalinga, mio padre di Ferrara che ha sempre lavorato in grandi aziende locali. Ho due fratelli, abbiamo undici anni di differenza l’uno dall’altro. A me sembravano due fratelli normalissimi, senonché il maggiore, Paolo, quando sono nato era già in sedia a rotelle. La nostra è stata una vita difficile, in mezzo a patologie pesantissime a cui i miei hanno dovuto far fronte con un coraggio fuori dal comune, eppure a me sembrava tutto così normale… ero piccolo e non mi rendevo conto di quello che mi succedeva attorno.

Cos’aveva, tuo fratello Paolo?

Leucodistrofia Pelizaeus Mertzbacher. Un nome già brutto di suo, una malattia ancora più brutta. Si tratta di una patologia genetica piuttosto rara, demielinizzante, ancora in fase di studio e tuttora senza alcuna cura specifica. All’età di undici anni, Paolo ha iniziato a camminare col tripode per poi pian piano non camminare più. Dal busto in giù era quasi paralizzato e costretto dunque alla sedia a rotelle, ma senza avere nessun deficit cognitivo o deformità. Allora accusava solo qualche piccola difficoltà nel parlato e qualche problema di vista. Io ero inconsapevole del dramma che mi circondava, ma ero comunque coinvolto insieme alla mia famiglia in questa “gara d’affetto” in cui non si faceva altro che restare uniti e circondare Paolo di cure. Chi faceva più di tutti era il fratello “intermedio”, Ugo, di cui parleremo in seguito.

 Cosa ricordi, della tua prima infanzia?

Nella foto, in alto: che bello giocare con le action figures!
Nella foto, in alto: che bello giocare con le action figures!

Della mia infanzia ricordo pochissime cose se non quelle passeggiate nel seggiolino della bici insieme al mio papà, prima che anche lui diventasse invalido sotto i colpi impietosi della sclerosi multipla. Qualche anno più tardi, infatti, la bicicletta di papà era solo un ricordo, e alle elementari ci dovevo andare a piedi. Sapevo benissimo tornare a casa da solo, ma appena qualche familiare poteva, veniva a prendermi. La vita non mi sembrava diversa da come la vivesse qualunque altra famiglia e qualunque altro bambino. Giocavo spesso a calcio nei parchi con altri bambini, ma se le giornate erano brutte e il tempo non lo permetteva, allora era bello stare in casa con le action figures del wrestling di mio fratello Ugo, che già all’epoca era un fanatico del settore. Ci giocavo spesso insieme a lui, ed è per quello che abbiamo amato da sempre questo sport e i suoi eroi. Io adoravo The Ultimate Warrior e i Legion of Doom. Ma confesso che il mio gioco preferito fosse l’orsetto Ciro che parla in napoletano. Pensate che ce l’ho ancora, e in ottimo stato. A mio fratello Ugo, invece piaceva da matti rincorrermi per tutta casa. Io mi rifugiavo sotto al tavolo, gattonando. Mi raggiungeva e da lì sotto poi si guardava la televisione insieme, finendo per addormentarci. Ugo aveva – ed ha tuttora – un intero arsenale di videocassette di wrestling degli anni ’80, e le guardavamo così tanto spesso che quasi le conosciamo a memoria. Per me, Ugo è stato molto più di un fratello. Per me era un difensore, un punto di riferimento, quasi una figura paterna.

 E ad un certo punto, qualcosa di molto serio accade e la tua vita cambia. Che è successo?

Nella foto, in alto: momenti sereni col fratello Ugo e la futura cognata
Nella foto, in alto: momenti sereni col fratello Ugo e la futura cognata

Se a me sembrava tutto normale, per mia madre, la vita quotidiana era diventata un calvario insopportabile, soffriva molto e non riusciva più a tenere dietro a mio fratello Paolo e a mio padre. Con altri due figli di cui occuparsi, questo carico di responsabilità finì per schiacciarla. Dapprima andò in depressione, e alla fine tentò il suicidio. Dato che ci provò più di una volta, intervennero gli assistenti sociali. Avevo all’incirca 9 anni quando mi ritrovai in una casa famiglia. Non ho vissuto in modo drammatico questo distacco perché comunque Ugo veniva sempre a trovarmi e laggiù mi raccontavano solo poche cose per non turbarmi. Della casa famiglia ricordo praticamente tutto, l’ubicazione, gli ambienti esterni ed interni. Era una casa su due livelli come una villetta, aveva parecchie stanze e ognuna aveva due letti. Si mangiava discretamente e la spesa veniva fatta dagli operatori, che provvedevano a tutti i nostri bisogni e ad organizzarci la giornata e la vita. Cercavano tutti di farci stare sereni e li ricordo permissivi. Non erano troppo rigidi nelle situazioni poco gradevoli. Non vi erano regole particolari. Certo che la televisione in camera non c’era e si andava a dormire ad un orario prestabilito. In quel periodo io frequentavo un centro estivo dunque la maggior parte del giorno ero fuori e quando tornavo li facevo cose normalissime. Rimasi lì per soli tre mesi perché mio fratello Ugo si batté sempre contro questo distacco forzato. Ero il suo fratellino, non voleva perdermi, e combatté come un leone contro il tribunale dei minori per ottenere la mia custodia. Sì, aveva undici anni più di me, lavorava già, era un ragazzo molto assennato, ma secondo il giudice questo non era sufficiente in quanto mancava di esperienza genitoriale. Il tribunale non gli concesse la mia custodia ma, in quel caso, perso per perso, fece di tutto perché almeno fossi affidato allora ad una famiglia di amici dei miei zii. Erano disposti ad accogliermi in casa, li conosceva da tempo e li stimava moltissimo.

È stato solo per la forza e il coraggio di Ugo se alla fine sono riuscito a superare tutto questo senza traumi.

 E a questo punto inizia una lunga parentesi con la famiglia Fucile. Vuoi raccontarci brevemente quanto tempo hai passato con loro e con quale spirito?

Il passaggio in casa loro è stato graduale, sotto visione dei servizi sociali che inizialmente erano presenti anche agli incontri prestabiliti in cui andavo a trovare mia madre biologica. Pensate che in tutto questo trambusto ho perso soltanto un anno di scuola. I miei genitori adottivi non hanno mai avuto altri figli, dunque il mio arrivo in casa loro è stata una novità. Quando arrivai, la mia cameretta era ancora da arredare e andammo insieme a scegliere la mobilia. Vivendo in questa serenità ritrovata mi riuscì di concentrarmi nuovamente nello studio. La mia ambizione scolastica era quella di uscire con il diploma tecnico informatico. Pensavo di aver scelto bene, invece mi resi conto in fretta che la scuola da me scelta non era altro che un istituto di ragioneria con alcune materie inerenti all’uso del pc, il minimo indispensabile per ottenere la patente europea del computer. Non era quello che cercavo, e la delusione si tramutò presto in antipatia, sia per le materie di studio che per i professori. Anche loro iniziarono a guardarmi storto. Non ero tra i migliori, stavo sempre sulle mie e affrontavo le cose a muso duro, senza scappare mai. Sono rimasto lì tre anni, poi ho capito che non era il caso di andare avanti. Mi venne l’ispirazione di cambiare radicalmente e di scegliere stavolta una scuola di metalmeccanica, un mestiere che mi avrebbe permesso di entrare subito a far parte della società lavorativa senza sprecare altri anni. I genitori Fucile sono stati delle persone speciali, la mia serenità è tutta merito loro. Sono stati affettuosi, espansivi, e non solo mi hanno sempre cresciuto e trattato come un figlio: mi hanno insegnato i valori umani importanti  e con loro ho imparato ad affrontare tutte le sfide della vita. Sono sempre stati al mio fianco e ci sono tutt’ora. Non hanno mai obbligato a rinnegare la mia famiglia di origine, anzi: mi hanno sempre invogliato a star loro vicino nel bene e soprattutto nel male, perché nessuno merita tutte quelle sciagure. Adesso è come avere due famiglie invece che una sola.

Nella foto, in alto: al mare con mamma Fucile
Nella foto, in alto: al mare con mamma Fucile

 C’è qualcosa che con la famiglia Fucile hai fatto di completamente diverso da prima?

Con loro ho scoperto e vissuto le mie prime vacanze, cosa che per ovvi motivi, con la famiglia d’origine non avrei potuto fare. Ho visto località di mare veramente belle e alcune città fantastiche. Napoli in primis, la loro città natale. Peccato che sia riuscito a vedere le montagne solo di recente con quella che è stata per un periodo la mia compagna di vita. Prima ogni cosa era vissuta in funzione di mio fratello Paolo e mio padre, mentre ora erano i genitori Fucile a vivere in funzione mia: nelle mie attività scolastiche, nei miei svaghi come nelle mie attività sportive, erano presenti in tutto. Trascorrevamo il tempo insieme in tutte le normali attività familiari, ma soprattutto potevo uscire, camminare con loro, vivere la mia vita come un ragazzo normale, chiamarli mamma e papà.

 Il lavoro ti ha dato qualche soddisfazione o anche tu hai dovuto sopportare il precariato e tutto ciò che ne consegue?

Nella foto, in alto: finalmente si può andare in vacanza!
Nella foto, in alto: finalmente si può andare in vacanza!

Ahimè, lo sapete meglio di me, l’Italia passa un brutto periodo e non si trova da lavorare. Finito il percorso di studio ho ricevuto importanti chiamate da tre grandi multinazionali in cui ho lavorato, seppure come precario. Solo dal 1° gennaio del 2017 sono stato assunto a tempo indeterminato nell’attuale posto di lavoro, dove svolgo la mansione di collaudatore nel settore oleodinamico. Devo collaudare ogni singolo prodotto destinato al cliente finale, un lavoro di grande responsabilità nei riguardi dell’azienda. Apporre la propria firma, metterci la faccia per dichiarare la conformità di un prodotto è qualcosa che non tutti fanno. Non solo devi conoscere a perfezione i prodotti, ma devi saperli montare, smontare, revisionare, capire e risolvere qualsiasi problema possa presentarsi durante il test di collaudo, fino alla firma di tutte le conformità del prodotto finale. Non è che sognassi proprio di fare l’operaio, ma dato che è un lavoro di responsabilità, mi soddisfa e tutto sommato, anche se finisse tutto qui mi sentirei realizzato. Ma fin dove possibile, vorrei continuare a crescere, a fare qualcosa di più, di meglio. Ambisco alla possibilità di un lavoro che mi premetta di fare carriera, di una vita lavorativa più movimentata. Da qualche tempo mi sono trovato un’attività indipendente, il mio piano B: tratto network marketing e mi occupo di nutrizione e benessere. Questo lavoro non mi porta via molto tempo, e posso gestire in modo autonomo spostamenti e clienti da visitare. Condivido i risultati con le persone che mi circondano, e la cosa che mi gratifica maggiormente è dare salute e benessere alle persone. Forse mi piace proprio perché vorrei che quello che abbiamo passato, io e la mia famiglia biologica, non capiti a nessuno: a mio parere, adottare uno stile di vita sano e attivo potrebbe essere la carta vincente per prevenire tante patologie.

Nella foto, in alto: Saetta Nera e Turbo
Nella foto, in alto: Saetta Nera e Turbo

 E in mezzo a tutte queste tribolazioni, come sei arrivato, sul ring?

A mio fratello il wrestling, come dicevo, è sempre piaciuto. Ha sempre cercato qualche corso per imparare, ma in Italia non c’era nulla, fino a pochi anni fa. Caso vuole che proprio quando aveva smesso di cercare si è imbattuto nella pubblicità di corsi che da lì a breve sarebbero iniziati a Reggio nell’Emilia, una città poco distante dalla nostra. Ci siamo andati entrambi senza pensarci due volte e siamo stati tra i migliori da subito. Frequentavano il corso almeno una ventina di ragazzi, ma nessuno è durato molto e si sono allontanati in fretta dall’ambiente. Da quel corso, però, l’anno successivo è nata la mia federazione d’origine, la WIVA (wrestling italiano veramente autentico). Gli allenamenti per noi non erano poi così duri o difficili perché entrambi avevamo il fisico giusto, avevamo praticato seriamente altre discipline sportive. Fino a quattordici anni, infatti, ho giocato a calcio, e dai quattordici ai sedici c’è stata la pallavolo nella squadra B del Parma. Sono sempre stato serio e bravo in tutto quello che facevo.

 Una cosa che salta agli occhi, vedendovi insieme, è che tuo fratello Ugo ha dei muscoli che sembra Hulk e tu no. Come può essere?

Mio fratello vanta tredici anni di palestra, di allenamento duro e diete molto rigide. Io ho fatto palestra solo per due anni, e seppure abbia avuto dei bei risultati e mi sia costruito un bel fisico, non era la mia passione. Da aggiungere che, anche se siamo fratelli, ognuno ha il suo tipo di fisico e passioni diverse. Non è che si debba per forza essere uguali.

Nella foto, in alto: Turbo e Saetta Nera, gli Stalloni Italiani
Nella foto, in alto: Turbo e Saetta Nera, gli Stalloni Italiani

 Cosa ti aspettavi dal wrestling in generale e dalla WIVA in particolare?

L’Italia non è l’America, ed ero perfettamente consapevole che non sarei mai diventato come Rey Mysterio, Ultimo Dragon, o Will Ospreay. Loro possono usufruire di accademie specializzate, ottimi maestri, ci possono andare fin da piccoli… e qui, queste cose non esistono, così non mi aspettavo nulla in particolare. Quello che sarebbe venuto sarebbe dovuto andare bene per forza. Ma di cose belle ne sono capitate in ogni caso: non mi aspettavo di essere riconosciuto da molti fans quando vado in giro. Ho trovato persone che mi chiamano col mio ringname e lo acclamano quando combatto. Peccato che la Wiva stia vivendo un periodo brutto, un po’ allo sbando. La sola cosa che mi sento di rimproverare loro è il non aver amato abbastanza la mia presenza e quella di mio fratello. Pensare che avevamo immaginato di rimanere con loro, di esserci fino all’ultimo. Quanto al wrestling in generale, invece, devo dire che purtroppo ho trovato un ambiente brutto e poco raccomandabile: troppe ambizioni e voglia di primeggiare a discapito dei colleghi. Invece di collaborare, di sforzarsi per un bene comune, per un migliorarsi in vista di un domani migliore, ognuno rimane sulle sue convinto di essere il più bravo, il più bello, il più forte, eccetera eccetera.

Quanto tempo hai militato nella WIVA? Che soddisfazioni ti ha dato?

Ho militato in WIVA dalla sua nascita fino a qualche mese fa: un po’ più di quattro  anni. La federazione era partita come nessuna mai. Eravamo capitanati da grandi persone, gente dell’ambiente che con la loro esperienza – e non solo – la sostenevano sia nella parte economica che in quella sportiva. Con loro sono cresciuto molto a livello agonistico, conservo ricordi belli e brutti e presumo di aver capito come dovrebbe funzionare al meglio una federazione. Il ricordo più bello del mio periodo trascorso in Wiva è il titolo italiano dei pesi leggeri, il mio primo ed unico titolo vinto. Non avrei mai potuto pensare che il mio sogno dorato sarebbe presto finito in nulla: ad un certo punto all’interno della Wiva è stato tutto un susseguirsi di cambi gestionali e presidenti, ogni volta con obiettivi e finalità diverse, fino a non capirci più nulla.

 Quanto è importante avere un fratello come Ugo?

Molto, molto importante. Se non ci fosse stato? Secondo me sarebbe andata sicuramente peggio. In ogni caso sarebbe stato tutto molto molto diverso, a tal punto da non riuscire nemmeno ad immaginarlo. Ugo non ha mai permesso che mi crogiolassi nell’autocommiserazione nei momenti difficili. Non mi ha mai lasciato solo. È sempre stato lo stimolo ad andare avanti, a migliorare, a guardare sempre avanti. In più mi rende partecipe della sua vita nel bene e nel male, nelle gioie come nei dolori anche adesso che si è sposato e porta avanti una sua realtà familiare.

Nella foto, in alto: Manuel con Ugo e la bellissima cognata
Nella foto, in alto: Manuel con Ugo e la bellissima cognata condividono tuttora molte cose.

Quanto ti è stato utile averlo sul ring assieme a te, sia come compagno di tag team che come avversario?

Il fatto di poterci allenare insieme è stato d’aiuto ad entrambi. Chiunque avrebbe pensato di vederci sempre uniti, ad interpretare i fratelli anche sul ring, ma così non è stato. Il nostro fisico diverso non ci fa sembrare fratelli, ed è anche per questo che la nostra faida ha potuto essere varia e ricca di colpi di scena. Lasciavamo il pubblico sempre sulle spine: erano sempre ansiosi di sapere come sarebbe andata a finire, lì ad immaginarsi la sfida successiva. Averlo sul ring come avversario mi ha procurato tanta esperienza in più. La consapevolezza di avere accanto un alleato mi ha dato la forza necessaria ad affrontare situazioni che da solo non avrei potuto affrontare allo stesso modo. Sfidare sul ring un tipetto come lui, poi, con la sua forza, potenza e determinazione, mi ha costretto a dare ogni volta il meglio di me stesso.

Ma lo strike sfortunato non finisce qui. Giusto qualche mese fa, la WIVA raggela entrambi con un comunicato a sorpresa in cui si annuncia l’allontanamento forzoso di Ugo dalla federazione. Ma cosa è successo?

Io e mio fratello siamo nati e cresciuti in Wiva. L’abbiamo sempre sostenuta quando le cose andavano bene e mai l’abbiamo calpestata quando le cose andavano male. Ad un certo punto è arrivato un nuovo vicepresidente che ha pensato di ripartire da zero confiscando le cinture conquistate sul campo con tanta fatica, e non riesco nemmeno ad immaginare per qual motivo o con quale potere. Oltretutto non è nemmeno venuto a comunicarci la sua decisione vis a vis, da uomo a uomo: l’abbiamo saputo tramite internet, cadendo dalle nuvole! In più, dato che Ugo ha giustamente protestato, invece di essere ascoltato è stato estromesso dal roster. E non mi sta bene! Ho abbandonato immediatamente anch’io la Wiva. Io il titolo non l’ho perso, non sono stato schienato o sottomesso. Anche se fisicamente la cintura mi è stata tolta, io mi sento ancora il campione in carica dei pesi leggeri. Io ed Ugo siamo rimasti così amareggiati da questo esproprio forzato dei titoli vinti che abbiamo deciso di rimanere indipendenti, slegati da tutto e da tutti. Combatteremo dove ci chiameranno.

Nella foto, in alto: Saetta Nera e Turbo con le meritate ma controverse cinture
Nella foto, in alto: Saetta Nera e Turbo con le meritate ma controverse cinture

I tuoi vengono mai a vederti agli show?

Entrambe le famiglie mi vengono sempre a vedere appena possono e mi supportano attivamente con un bel tifo. A loro piace vedermi sul ring anche se temono molto per la mia incolumità. Non reputano il wrestling uno sport tanto “normale” ma mi acclamano sempre, e la loro presenza tra il pubblico si fa sempre notare. Il giorno dopo ogni evento, poi, non possono fare a meno di raccontare con orgoglio ad amici e parenti tutte le emozioni che gli abbiamo fatto vivere.

Cosa pensano e cosa dicono i tuoi colleghi che sanno che fai wrestling?

Hanno seguito la cosa dall’inizio, e se i primi tempi magari poteva sembrare loro un gioco, un capriccio o una stravaganza, piano piano, vedendo l’impegno e la passione con cui sono andato avanti, hanno accettato il wrestling come uno sport serio. Certo, se avessi mollato tutto dopo un anno, allora sì che avrebbero avuto il diritto di pensare che fosse una pagliacciata. Invece mi hanno visto vincere un titolo italiano, e forse ne vincerò ancora. Qualcuno tra i colleghi è venuto a vedermi, e chi non si è fatto vedere, magari è solo invidioso del mio successo.

Come è nato il personaggio di Saetta Nera?

Il personaggio Saetta Nera è semplicemente l’evoluzione di Saetta. Saetta combatteva in coppia con Turbo (Ugo) che a quei tempi, secondo la storyline, voleva sempre vincere da solo, senza l’aiuto di nessuno. Questo suo comportamento da lottatore singolo piuttosto che di coppia, ovviamente, portava sempre il team a perdere gli incontri. Saetta era stufo di questa situazione, si ribellò al dominio di Turbo e si incattivì per riuscire comunque a vincere. Da quel giorno, la parte buona di Saetta scomparve dando vita a quella che è la mia parte cattiva: Saetta Nera.

Come si sceglie il proprio personaggio e come lo si caratterizza?

Nella foto, in alto: Sul ring sono stati spesso avversari
Nella foto, in alto: sul ring sono stati spesso avversari

Il personaggio, solitamente, è il lottatore stesso a sentirlo, a volerlo vivere. È lui stesso a proporre il personaggio a chi di dovere. È ovvio che facendo parte di una sorta di comunità, poi si discuta, si valuti e si prendano delle decisioni che possano star bene a tutti. Sono le persone che ti seguono da sempre negli allenamenti che ti possono consigliare al meglio per mettere in risalto le caratteristiche fondamentali che il personaggio dovrebbe avere, immaginare l’attire più consono e l’atteggiamento da tenere sul ring.

Vivi in centro Italia e ti sposti spesso e volentieri a nord o a sud per partecipare ai vari eventi. Con che federazioni hai combattuto, e che differenze hai trovato tra quelle del settentrione e quelle del meridione?

Oltre alla Wiva, ho avuto modo di combattere con la Mantova KOX, la TCW, la NOW Entertainment e la IWE. Non ho trovato grandi differenze o tradizioni legate al settentrione o meridione. Ognuna di queste mi ha lasciato qualcosa di importante.

Quanto a pubblico, invece? In quale delle tre zone è più “caldo”?

Il pubblico italiano è sempre caldo, indipendentemente dalle zone. E se a volte non c’è la giusta carica, allora è mio compito riportarlo alla temperatura giusta, stimolare il tifo, lanciare qualche battuta, interagire sempre come se fosse proprio il pubblico il protagonista della scena.

Secondo te, per quale motivo, in Italia, la gente preferisce sempre e comunque il calcio a qualunque altro sport?

Lo sport è come l’alimentazione: si viene educati da piccoli. I bambini non andranno mai a fare la spesa da soli, si ciberanno di ciò che gli daranno i genitori. Se li educhiamo a “mangiare” solo calcio, non mangeranno altro per tutta la vita. Se li si educa ad uno stile di vita sano, ricco e vario, faranno tennis, pallanuoto, equitazione, pattinaggio… e anche il wrestling, perché no? In Italia manca una sana cultura sportiva, non solo per il wrestling.

Per te, cos’è il wrestling? L’avresti scelto anche se tuo fratello non ti avesse trascinato con sé o avresti scelto qualcos’altro?

Per me il wrestling è puro sport, chiamarla passione sarebbe troppo. La mia vera passione è ballare. Ballare caraibico. Condividere il ring con mio fratello era una cosa che gli dovevo, è stata una scelta naturale che ho fatto volentieri, un modo per condividere qualcosa e stare insieme. Ma oltre a questo, per me c’è il ballo.

Quanto ti ha dato e quanto ti ha tolto, questo sport?

Mi ha dato quello che non avrei mai potuto chiedere da altre discipline sportive, non mi ha tolto nulla. Ho investito anche in essa come in altre cose in cui credo.

Nella foto, in alto: Fantascienza. E se ti chiamassero in WWE?
Nella foto, in alto: Fantascienza. E se ti chiamassero in WWE?

Fantascienza. La WWE ti convoca: dicci tre motivi validi per rispondere di NO alla chiamata

Primo: non vorrei abbandonare il mio Paese. Secondo: credo che inevitabilmente mi monterei la testa, e a me piace rimanere coi piedi per terra. Terzo: rifiuterei se non ci fosse una qualche clausola che includesse anche mio fratello.

Ma che, state ancora a credere che direi no?

Sempre fantascienza: Ugo scompare in un buco nero. Quale atleta vorresti come fratello, al suo posto?

Non riesco a vedere nessuno, accanto a me, se non lui. E mi rendo conto che se non sono mai precipitato per davvero in un buco nero, lo devo a lui.

Idem: dipendesse da te, in quale contesto vedresti uno show con te protagonista?

Nella foto, in alto: Ballando in lieta compagnia
Nella foto, in alto: Ballando in lieta compagnia.

Oh, wow! Potendo scegliere, mi vedrei in un bel film girato a Hollywood! Protagonista: io, un giovane dalla tripla vita, che all’insaputa di tutti giostra il suo tempo tra un impiego presso uno studio legale, gare di ballo caraibico e ring, e la protagonista femminile scopre che Saetta Nera che combatte mascherato è in realtà il suo partner di ballo ma anche l’avvocato che suo marito ha ingaggiato per il divorzio.

Ancora fantascienza, i classici tre desideri del genio della lampada ma inerenti al wrestling!

Primo: Mi compro tutte le realtà italiane e ne creo una competitiva per riportare in Italia il sogno del wrestling. Secondo: vorrei essere il lottatore più acclamato, amato e seguito di tutti. Terzo: riportare in vita Eddie Guerrero.

Chi vorresti riempire di botte in un match?

Tutti i politici e le mele marce che gravano sulle spalle degli italiani.

Secondo te, quale categoria di persone non dovrebbe assolutamente praticare questo sport?

Sembrerà strano, ma in senso fisico, il wrestling può andare bene per tutti. Ci sono, piuttosto, delle doti caratteriali che se mancano, è meglio lasciar perdere. Non va bene per chi pensa sia tutto finto, per chi pensa sia una pagliacciata, per chi vorrebbe una cintura senza allenarsi, per chi non sopporta fischi e critiche da parte del pubblico, per chi si sente una primadonna e per chi ha troppo ego.

Nella foto, in alto: la vera passione di Manuel è la danza caraibica. Qui esegue una figura di danza.
Nella foto, in alto: la vera passione di Manuel è la danza caraibica. Qui esegue una figura di danza.

Che cosa serve ad un ring, per essere “bello comodo”?

Serve elasticità, fondamentale per aiutarci nella ripresa delle azioni. Spazio, elemento base per poter fare qualsiasi cosa! Senza le giuste misure, oltre ad essere brutto da vedere, immaginatevi due pesi massimi in un ring troppo stretto… riuscirebbero a farlo ribaltare! Poi serve imbottitura, fondamentale per attutire le cadute senza troppi traumi. Delle corde ben tese per permetterci di saltare e volare al meglio, con la giusta elevazione. Infine deve avere un sacco di luci attorno, fondamentali per enfatizzare l’ambiente e ogni azione.

Hai mai lottato all’estero?

No, mai. Per ora non ne ho mai avuto l’occasione. Ma mi piacerebbe lottare in Inghilterra e in Giappone. In queste nazioni c’è una cultura incredibile su questa disciplina e sarebbe fantastico sperimentare come la vivono loro.

Ci hai parlato della tua grande passione: il ballo caraibico. Quando e come hai scoperto questa passione? Come hai imparato a ballare e da quanto tempo lo pratichi? Lo svolgi come professionista esibendoti? Se sì, hai vinto qualcosa?

Nella foto, in alto: la danza caraibica è espressione di gioia e vitalità
Nella foto, in alto: la danza caraibica è espressione di gioia e vitalità

Come vi raccontavo questa è la mia vera grande passione. Già da piccolo osservavo tanto i balli di coppia e da sala, in televisione o dovunque mi capitasse. Data la mia infanzia, non ho mai avuto l’occasione e la possibilità di iscrivermi in qualche scuola di ballo. Rimandavo di anno in anno dicendomi che il prossimo sarebbe stato quello giusto e che mi sarei iscritto. Sono riuscito ad iniziare davvero soltanto circa due anni fa. Ho trovato un bel corso e mi buttai in pista per muovere i primi passi. Subito, d’istinto, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Da quel momento, ad ogni lezione non ho fatto altro che approfondire la conoscenza, migliorare e fare cose nuove. Mi prendeva tantissimo, non ero mai sazio di imparare e non volevo far altro che ballare, ballare e ballare in pista. Non ho mai pensato al ballo come competizione. So che nasce anche per questo, ma non era il mio obiettivo. Il mio obiettivo era imparare. Sarebbe stato più difficile perché, come molti uomini, mi sentivo e vedevo un pezzo di legno, ma se fossi rimasto con questa convinzione non sarei mai andato nemmeno alla prima lezione. E invece eccomi qua: mi sono sciolto, mi ci sono appassionato, ho imparato molto, e sono sempre lì con la voglia di entrare in pista. La mia vittoria è stata quella di saper sfidare i miei dubbi e le paure.

Hai altri progetti per il futuro? So che ci sono altre cose che stanno bollendo in pentola…

Ci sono altre due attività, nella mia vita: la prima è collaterale al ballo caraibico, in quanto mi stanno chiamando spesso e volentieri per delle serate con animazione a tema. In pratica faccio l’aiutante ballerino per le dame senza un compagno fisso. E poi, un altro sport, tanto per cambiare: il ju-jitzu. Mi ci sto appassionando davvero! Quello che manca è il tempo, le giornate hanno sempre e soltanto ventiquattro ore! In teoria dovrei frequentare il corso due volte la settimana, ma non sempre mi riesce, non riesco a fare a tutto e me ne rendo conto. Alla fine, il mio fisico ne risente. Non lavorassi durante il giorno, ok, ma…

Vuoi lasciarci con una frase particolare o con un aforisma che senti particolarmente tuo?

Se non lavori per te stesso e per i tuoi sogni, finirà che lavorerai per i sogni di qualcun altro.

Grazie di tutto, Saetta! Spero di rivederti presto!

 

                                                                                                                                 Erika Corvo

 

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