Mohamed Alì e il morbo di Parkinson. Il parere del presidente dell'Associazione Parkinson Lombardia, dr. Giovanna Menicatti. 
Nella foto in alto: Mohamed Alì, the best!
Il più grande pugile di tutti i tempi Mohamed Alì ,oggi quasi settantenne in questi ultimi anni è ritornato alla ribalta purtroppo per un evento tragico il morbo di Parkinson.
Nato Cassius Marcellus Clay, cioè il nome del vecchio padrone di schiavi dei suoi avi, iniziò ad allenarsi all’età di 12 anni. Il suo primo traguardo fu la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma, per poi passare al professionismo nel 1960.
Entro il 1963 arriva a 19 vittorie, nel 1964 cambia nome in Mohamed Alì, per aver abbracciato l'Islam e la causa dei musulmani neri, e nel 1967 per le sue convinzioni politiche e per il rifiuto di prestare il servizio militare viene arrestato. Nel 1971 viene assolto e nel 1974 ritorna sul ring per “riprendersi” il titolo battendo George Foreman.
Nel 1984 gli viene diagnosticato il morbo di Parkinson. L’associazione dei medici inglesi recentemente ha pubblicando dati sulla pericolosità del pugilato. Infatti uno screening sulle encefalopatie come il Parkinson evidenziava due casi tra i praticanti del rugby, cinque per quelli del calcio e ben duecentoottantaquattro tra i pugili. I medici hanno individuato una malattia “professionale” dei pugili, la sindrome da punch-drunk, definito come uno stato di obnubilamento delle facoltà cognitive paragonabile ad uno stato di ubriacatura permanente. Abbiamo interpellato la Presidente dell’Associazione Parkinson Lombardia, dottoressa Giovanna Menicatti, che ci ha spiegato che per i pugili si può parlare solo di parkinsonismi, e non del vero e proprio morbo perché non ci sono dati ampiamente verificati dal punto di vista scientifico. Il parkinsonismo dei pugili dipende dalle lesioni provocate dallo sbattere del cervello contro la scatola cranica, il Parkinson invece è causato da una degenerazione progressiva di alcune aree del cervello, i gangli della base, che controllano i movimenti muscolari e li rendono sciolti e continui. Per cause ancora poco conosciute queste cellule non secernono più la dopamina,un neurotrasmettitore che consente ai gangli basali di svolgere le loro funzioni. I sintomi sono rigidezza delle braccia, gambe, collo, tremore alle mani, lentezza e riduzione dei movimenti ed instabilità posturali. Accompagnati spesso da depressione, demenza e confusione. Deformità posturale, difficoltà nel parlare, fuoriuscita di bava dalla bocca. Con questa premessa si potrebbe pensare che anche alcuni arti marziali che comportano colpi alla testa possano avere lo stesso rischio. L’ipotesi è abbastanza remota perché la possibilità di colpi alla testa è limitata maggiormente sia dalle “parate” sia dall’uso di mezzi protettivi. La soluzione, per salvare la boxe ed evitare che campagne medianiche ne mettano in discussione la pratica, potrebbe essere quella di favorire quella eseguita dai dilettanti, dove si fa uso di caschetti protettivi e round più brevi per diminuire la fatica degli atleti, perché i colpi si assorbono meno quando si è stanchi. Inoltre si aiuterebbe la parte più sana del pugilato legata alla passione e all’agonismo puro e non agli interessi economici, qualche volta anche poco chiari. In Italia vantiamo dei grandi campioni come Roberto Cammerelle e Domenico Valentino trionfatori agli ultimi campionati mondiali del Settembre 2009.
Radouane Chegdal
22 / 11 / 2011
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