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L’Orso Baloo del Wrestling

L’ho soprannominato “L’Orso Baloo del Wrestling” perché, come il personaggio de “Il Libro Della Giungla”, è il maestro dei cuccioli. Prima di ogni evento è facilissimo vederlo sul ring mentre insegna ai giovani rookies le mosse, la tecnica e soprattutto la filosofia. E’quel tipo di maestro che non si limita a dirti cosa devi fare, ma soprattutto cosa non devi fare e le conseguenze possibili nel caso tu non voglia ascoltarlo. Un grande heel mentre combatte, un sorprendente face mentre insegna: serio e competente ma dolcissimo e convincente. Ti ammalia, ti coinvolge e insegna come pochi sanno fare. E’ Mirco Majavacchi, in arte Oxlay Black, elemento di forza nella Wiva Wrestling.

Mirco, parlaci un po’ di te, partendo dal principio: da dove arriva la tua grande passione per il wrestling

 Cogliamo l’occasione per precisare che il nome esatto è Oxlade Black, visto che molti lo storpiano o dicano che sia impronunciabile. Posso affermare tranquillamente che questo nome è abbastanza diffuso nel Regno Unito. Ho 38 anni e sono della provincia di Parma. Come molti bambini, da piccolo guardavo gli atleti. Tutti gli atleti in genere, pensando che avrei voluto diventare uno di loro. Per questo nella mia vita ho praticato molti sport. Quelli che mi hanno dato più soddisfazione sono stati il rugby e il judo. Mi hanno formato nello spirito come solo determinati tipi di discipline possono fare. Insegnano ad amare e rispettare valori assoluti di vita in ogni ambito. Valori come la dedizione, l’umiltà e soprattutto la lealtà.

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Nella foto, in alto: Mirco Majavacchi sul ring.

Anche per te c’è stata una prima volta sul ring. Come te la sei cavata? Chi era il tuo maestro e cosa ricordi di quel giorno?

 Sì, anche per me c’è stata un prima volta sul ring, e devo ammettere che non ero emozionato come avrei pensato di essere. Sono salito con la consapevolezza di avere i mezzi e gli strumenti per fare ciò che dovevo senza dover inventare nulla, seguendo solamente quelli che sono stati gli insegnamenti dei miei maestri: il primo, Manuel Majoli; ed il secondo, Paolo Giorgi. Devo molto anche ad un altro maestro. Con il wrestling non aveva nulla a che fare, era il mio maestro di judo: Tony. Mi ha dato molto, in termini di capacità tecniche, atletiche e caratteriali. Una persona speciale: uno dei soli due uomini (viventi) al mondo a potersi fregiare di essere giunto fino alla cintura nera di settimo Dan.

Non era più la TV: cosa ti aspettavi, vivendo il wrestling davvero? Qualcosa di più? Di meno? In che cosa sei stato deluso e in che cosa sei stato piacevolmente sorpreso?

 Non c’è stato nulla che mi abbia deluso davvero. Onestamente, speravo di poter contare su di un seguito più vasto di pubblico. Purtroppo sapevo già che in Italia il wrestling – come altre discipline sportive – non viene valorizzato! Viene sminuito, denigrato e bistrattato come se fosse semplicemente un passatempo per bambini. Ma scherziamo? La verità è ben diversa, ma solo chi ha avuto la possibilità di potersi allenare o seguire un allenamento può saperlo: la preparazione fisica e tecnica di chi calca il ring deve essere tremenda. Non dimentichiamo che tra quelle corde si rischia la propria incolumità e quella del proprio avversario!

Da cosa nasce la tua gimmick? Come mai hai deciso di fingere di essere inglese?

 Bella domanda, che esige una bella risposta. Io mi sono allenato in Inghilterra, Ho raggiunto il Regno Unito svariate volte per potermi allenare con alcuni dei grandi wrestlers di laggiù. Ho cercato di apprendere da loro il più possibile imprimendomi a fondo nella mente i loro insegnamenti, verbali e tecnici. Sono entrato in sintonia con il loro modo d’intendere la disciplina e il loro modo di viverla. Ho appreso il loro stile di combattimento basato sulla conoscenza tecnica. Inoltre ho capito che aggiungendo a tutto questo la gestualità e la mimica del viso si riesce meglio a comunicare al pubblico le tue emozioni, a farli immedesimare in quello che io stesso provavo sul ring.

Nei miei viaggi nell’oltremanica, tra Londra e altre città, ho poi potuto conoscere altri wrestlers e personaggi pittoreschi di ogni genere che mi hanno fatto innamorare di quei luoghi. Così ho deciso di portare con me in Italia un po’ di Inghilterra, e quando sono sul ring divento un cittadino inglese… magari non proprio dei più raccomandabili! (dice, sorridendo)

Nella foto, in alto: Mirco in una mossa dinamica
Nella foto, in alto: Mirco in una mossa dinamica

Con la maschera, senza maschera, false identità, costumi stravaganti… quanto peso hanno queste cose nel fascino di questo sport?

 Credo che siano tra gli elementi basilari del fascino di questo sport: chi non ha mai sognato di essere un supereroe, di avere superpoteri, o di poter picchiare i cattivi?! Sono convinto che tutti, almeno una volta, l’abbiano immaginato. Tanti lo vorrebbero fare davvero. Con il wrestling, puoi! Puoi toglierti la soddisfazione di avere un’identità segreta, un costume sgargiante, una maschera che ti copra il viso e malmenare il cattivo che hai davanti. Almeno per quel giorno, per il tempo dello show, diventi l’eroe di qualche bimbo che, come eri tu, vorrebbe picchiare i cattivi con il suo bravo costume da supereroe.

Ci sono abbastanza scuole di wrestling, attualmente, in Italia perché un aspirante atleta possa scegliere a chi rivolgersi o si è costretti ad andare in quella più vicina – sempre che ne esista una?

 Purtroppo le scuole di wrestling in Italia sono poche, anche perché è vero che sono pochi quelli che vogliono fare wrestling sul serio. Diciamocelo chiaro: è un impegno serio e gravoso da non sottovalutare! Diventare wrestlers è roba da veri uomini. Frequentare una scuola non è una passeggiata in centro o una partita di calcetto con gli amici, perché non è così. È una disciplina dura che mette alla prova il fisico di chi la pratica, molto più di altri sport maggiormente popolari. La prima cosa che devi fare è imparare a cadere, cadere e cadere. Di faccia, di schiena, di lato, e ancora e ancora e ancora. Specialmente nei primi mesi, ogni volta che vai a casa dopo un allenamento hai dolori ovunque. Dopo le cadute, c’è la parte atletica da curare che è tutt’altro che leggera. Devi essere pronto sia dal punto di vista aerobico che anaerobico, ed il primo è molto più importante del secondo. Per passare anche solo 10 minuti sul ring e fare un buon match ci vuole tanto fiato e un fisico allenato, e se non siete preparati è una sfida proibitiva! Poi, purtroppo, ci sono sempre dei cialtroni che salgono sul ring senza esserne all’altezza. Non solo fanno una figura patetica, ma diventano una vergogna per la disciplina intera e tutti coloro che la praticano seriamente. Oltre alla fatica e all’impegno richiesti, il problema è che non essendoci molte scuole, gli spostamenti e i tempi per arrivarci sono scoraggianti. Il più delle volte bisogna muoversi di parecchi chilometri. Anche questo è un deterrente per chi vorrebbe iniziare a praticare.

Adesso il maestro sei tu. Come è successo? Era quello che volevi fare dal principio o è successo tutto per caso, un evento dietro l’altro?

 A dire il vero io non volevo assolutamente diventare un maestro. A me, bastava essere un lottatore! Ho sempre avuto facilità di apprendimento, ottime doti di motivatore e grandi capacità comunicative. Se a questo aggiungiamo il fatto che ho sempre cercato di aiutare chi era meno bravo di me, chi non riusciva bene, ecco che il maestro è nato da solo. Mi veniva spontaneo. Dicono che sia molto bravo a spiegare cosa fare e non fare, e perché.

Nella foto, in alto: Mirco soffre sul ring
Nella foto, in alto: Mirco soffre sul ring

Questo è verissimo. Ti ho visto all’opera: spieghi talmente bene che sembra tutto più facile e si ricorda perfettamente. Come ti sei sentito, in veste di maestro? Cosa è cambiato dentro di te?

 Devo dire che in veste di maestro, mi sento bene. Come accennavo, mi sono spesso trovato a fare da insegnante. L’unica cosa che onestamente mi ha lasciato l’amaro in bocca, talvolta, è la completa mancanza di passione da parte di alcuni miei ex allievi. Alle prime difficoltà, intese come fatica, dolori, lividi o anche semplici problematiche nell’imparare una tecnica, non solo hanno abbandonato senza nessuna remora, ma si sono permessi di sputare sulla disciplina. Come se fosse una sorta di gioco creato per bambini idioti che si divertono a fare i pagliacci piuttosto che combattere sul serio. Da notare che poi questi individui hanno provato altre discipline ma il risultato non è cambiato. Quindi mi chiedo: chi è il bambino?

Quale allievo ti ha dato più soddisfazione e quale ti ha deluso? (Puoi benissimo non fare nomi e andare sul generico, es: quelli che non mollano mai, quelli che pensano sia un gioco, etc)

 Gli allievi sono tutti diversi e, tutti, in un certo modo, ti danno soddisfazione quando si impegnano per raggiungere il loro obiettivo. Ultimamente ce ne sono alcuni che, devo dire la verità, hanno dato il meglio di loro stessi per arrivare in alto. Sicuramente possono ancora migliorare e spero per loro che la passione li guidi verso i viaggi, le esperienze e le soddisfazioni che ho avuto io. I nomi li posso fare senza problemi: Domenico Albanese, Marco Bargagli e Emanuele Telloli sono tra quelli che negli ultimi cinque anni di Wiva hanno fatto passi da gigante. Ma, chi prima e chi dopo, tutti hanno fatto del loro meglio. Certo se vogliono arrivare ancora più in alto dovranno aumentare il loro impegno, i loro sforzi ed andare ad imparare da altri maestri perché tutti hanno qualcosa da insegnare. Anche coloro che pensi non abbiano nulla di che.

Cosa deve essere, un buon maestro, e cosa non deve essere?

 Per come la vedo io, la più grande responsabilità che un maestro possa avere è quella di dover forgiare i caratteri, insegnare ai propri allievi ad essere ad essere uomini. Un buon maestro deve anche essere umile, e avere la consapevolezza del livello che possano raggiungere i suoi allievi. Una volta trasmesso tutto il suo sapere, infine, deve essere capace di dir loro che non ha più nulla da insegnargli, e che devono cercare altrove, un gradino più in alto.

Nella foto, in alto: Mirco Majavacchi ed io
Nella foto, in alto: Mirco Majavacchi ed io

La mossa che ti dà più soddisfazione, quella che te ne dà di meno e quella che ti ha creato più problemi?

Non c’è una tecnica che mi dia più soddisfazione di altre. Io trovo molto divertente il chain wrestling (una serie di mosse concatenate) e il wrestling tecnico in genere, l’interazione con il pubblico e l’interpretazione del personaggio. Non trovo particolare soddisfazione nell’eseguire tecniche pericolose o particolarmente acrobatiche, anche se ne comprendo perfettamente l’efficacia e la presa che hanno sul pubblico.

La solita polemica: il wrestling è finto; ma no, è vero, è troppo violento… cosa risponderesti? Come lo spiegheresti a un bambino?

 Ad un bambino non spiegherei proprio nulla, nel senso che lo lascerei credere in ciò che vuole per non rovinargli la magia e il sogno di diventare un supereroe. Quando sarà abbastanza grande da comprendere la bellezza di ciò che facciamo, allora gli spiegherei che il wrestling è come il teatro. Che il ring è il palcoscenico, gli attori sono dei grandi atleti, e di come questi rischino la loro incolumità per emozionare il pubblico. Che la benzina di questi atleti è la passione. Sono uomini che anche dopo grossi infortuni fanno di tutto per tornare su quel palco, per continuare a fare ciò che li gratifica di più e dare emozioni a chi li osserva.

Cosa ti emoziona di più, nelle reazioni e nel tifo del pubblico?

Non c’è una cosa che mi emoziona di più: tutto è un emozione, tutto quello che il pubblico ti dà in un modo o nell’altro è emozionante. Se sali su quel ring devi mettere tutto te stesso per far emozionare, e quelle stesse reazioni saranno, di rimando, la tua emozione. In questo modo puoi essere inesauribile ed avere sempre nuovi stimoli per tornare su quel quadrato, per andare il giorno dopo in palestra, per prendere il prossimo treno o aereo, per fare un altro incontro e creare nuove emozioni.

A chi consiglieresti di iniziare a praticare il wrestling e a chi consiglieresti di dedicarsi ad altro?

 Non è una cosa che si possa stabilire a priori. Il bello del wrestling è che non devi essere per forza un qualcosa di preciso, devi solo piacere alla gente. Quindi chiunque potenzialmente può entrare a far parte del roster, magari non come lottatore ma come manager, allenatore, road agent, booker o altri ruoli che nel wrestling sono comunque importanti. In tutte queste figure, l’elemento comune è la passione e la costanza nel perseguire il proprio scopo.

In tutti gli sport si contano – purtroppo – tanti morti per uso di sostanze proibite. Cos’è che scatta nella mente di alcune persone per spingerli ad usarle?

 Beh, c’è da fare distinzione tra sostanze e sostanze. Se ci riferiamo a quelle sostanze che servono per migliorare le prestazioni sul ring o la prestanza fisica è presto detto: a mio parere si tratta di uno dei peggiori mali del nostro tempo. Questo è dovuto alla completa incapacità di alcuni individui di sopportare la fatica e di impegnarsi per raggiungere un risultato. Scelgono la strada più semplice per giungere al successo, ma questa strada spesso conduce ad avere problemi di salute molto gravi. Poi ci sono quelli che entrano nella spirale degli antidolorifici. Si tratta per lo più di individui che non vogliono ragionare correttamente, non attendono i giusti tempi di recupero in seguito a infortuni e continuano a lottare e ad esibirsi anche in condizioni critiche. Grazie all’uso di questi farmaci, per la durata di tutto lo show non avvertono dolore. Il brutto è che a lungo andare non solo portano all’assuefazione, ma hanno effetti deleteri pesantissimi, specialmente sul cuore.

Nella foto, in alto: Mirco contro Violent Joe
Nella foto, in alto: Mirco contro Violent Joe

Qual è il lato migliore di questo sport e quale quello peggiore?

 Difficile dirlo, è una cosa soggettiva. Quanto a positività, io personalmente lo vedo come una forma d’arte. Anche se non si è bravi a cantare o ballare, se non si è in grado di scrivere musica o dipingere, ci si esibisce come attori. Significa dare sfogo al proprio estro, artistico e agonistico al tempo stesso. Il tutto poi è condito da una buona dose di autoironia che non guasta mai.

Fai parte del roster Wiva ma collabori spesso con la TCW. Perché altre federazioni non riescono a collaborare tra loro? Qual è il problema di fondo, secondo te?

Il problema di fondo, a mio parere è uno solo ed accomuna più o meno tutte le federazioni italiane. In questo paese, tutti quanti sono convinti di essere i migliori, di non avere nulla da imparare, e  casomai di avere tutto da insegnare agli altri: presidenti, gestori e intere federazioni. Non c’è verso di fargli comprendere che il nostro paese è indietro anni luce, col wrestling. Abbiamo tutti solo da imparare, anche gli uni dagli altri. Non si pensa mai a creare un movimento unico ed unito per poter magari contrastare in qualche modo l’egemonia degli altri sport. Anzi, si tende sempre a creare micro realtà, micro strutture che non portano a nulla. Che in molti casi non hanno possibilità concreta di uscire dall’anonimato e potersi imporre al grande pubblico, proprio per la mancanza di risorse, programmazione e progetti seri, fattibili. Anche noi della Wiva, ora come ora stiamo cercando faticosamente di portare avanti alcuni progetti, con un investimento in termini di tempo e di energia veramente molto elevato. Fossimo tutti uniti, si farebbe meglio e prima. Non so se riusciremo nel nostro intento ma ce la stiamo mettendo tutta per cercare di dare la giusta visibilità al Wrestling anche in Italia, così da poter aprire la strada a chi in futuro potrà vedere questa disciplina sotto un’altra luce.

Che lavoro fai, invece, nella vita privata? Come riesci a conciliare il lavoro con il wrestling?

 Nella vita privata sono un operaio metalmeccanico, monto macchine per l’inscatolamento di ogni tipo di prodotto. Conciliare il wrestling con la vita privata? Ci riesco solo facendo una marea di sacrifici in termini di tempo, tempo che tolgo alla mia famiglia e ad eventuali altri hobby. Mia moglie ogni tanto sbotta e si rifiuta di venirmi a vedere quando mi esibisco, ma posso capirla. Il wrestling, per lei, per certi versi è un ostacolo nel rapporto con suo marito. (sorride di nuovo mentre lo dice) Ma quando torno a casa, la sera o in piena notte la ringrazio sempre per la pazienza che dimostra nei miei confronti e per il fatto che anche dopo anni non ha ancora deciso di mettermi alle strette, obbligandomi a fare  una scelta.

Cosa pensano i tuoi, di quello che fai? Che differenza passa dal dire alla moglie: “vado a calcetto” piuttosto che “vado a combattere”?

 Per me non c’è alcuna differenza. La differenza sta nelle orecchie e soprattutto nell’intelligenza di chi ascolta. Mia moglie non condivide con me la passione per gli show e gli incontri. All’inizio le faceva paura la possibilità che mi facessi molto male, poi si è abituata. Ora semplicemente mi chiede come sono andate le cose, se mi sono divertito e quando sarà il prossimo show. Come dicevo, dipende tutto dall’intelligenza delle persone. Se vedi che al tuo uomo piace fare ciò che fa, che lo rende felice fare ciò che fa, perché devi impedirgli di farlo? Se ti sei messa con lui o lei, nel caso fosse una donna ad essere la wrestler, significa che ti piaceva così com’è. E in quel così com’è, rientra anche il wrestling e le esperienze che ne derivano.

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Nella foto, in alto: Mirco con Jail e Mr. Mastodont

Dove sono i vostri show?

I nostri show sono per lo più nei dintorni di Reggio Emilia, ma abbiamo calcato anche le terre di Mantova, Modena, Ravenna, Rimini, Milano e altri luoghi. Speriamo un giorno di poter dire di essere stati in tutte le città d’Italia. Se tutto andrà come speriamo, questo avverrà presto.

Dai tre buoni motivi ai tuoi fan perché vengano a vedervi.

 Venite a vederci perché se non lo avete mai fatto, vedrete che ne vale la pena. Il wrestling italiano è molto migliore di quanto si dica in giro, e soprattutto perché è sempre grandioso esserci!

Tre persone che butteresti giù dalla torre.

Tutti i nostri politici.

Tre persone che salveresti dalla fine del mondo.

Mio figlio, mia Moglie e mia madre.

Tre persone che riporteresti in vita

Gandhi, Martin Luther King e Leonardo da Vinci

Rispondi con solo una o due parole a queste domande:

Amore? Sempre e comunque.

Soldi? Necessari, non importanti.

Amicizia? Rara.

Successo? Forse.

Palestra? Se piace.

Emozione? Tutta la vita.

Viaggi? Esperienze educative.

Relax? Non per forza.

Tempo libero? Come ti pare.

Casa? Dove stai bene.

Famiglia? A casa.

Religione? Poco importante.

Gioia? Corroborante.

Dolore? Utile.

Emozioni negative? Conviverci.

Valori della vita? Quelli in cui credi.

 

Concludi con qualcosa che vorresti dirci, una frase o un aforisma che senti particolarmente.

Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, quello passerà tutta la vita a credersi stupido.

 

Grazie, Mirco. È stato un piacere e un onore averti potuto intervistare!

 

Erika Corvo

 

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